Abbiamo visto Deadpool e ha lo stesso problema di Vasco Rossi

È il funerale di un certo tipo di cinema e di un certo tipo di fumetto

Cinema
di Diego Cajelli facebook 17 febbraio 2016 12:39
Abbiamo visto Deadpool e ha lo stesso problema di Vasco Rossi

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Fino a che punto puoi dare al pubblico esattamente quello che vuole? Quanto è lecito studiare il proprio target, per offrirgli un prodotto d’intrattenimento tarato alla perfezione non solo sui suoi gusti, ma anche sulle sue percezioni della vita, l’universo e tutto quanto? Qual è il compito del narratore? Dare al pubblico ciò che vuole? Oppure quello che ancora non sa di volere? Ma soprattutto: Quanto vi frega di queste mie domande? Meno di zero, immagino.

Parliamo del film. Deadpool. L’ho visto e secondo me ha gli stessi problemi di Vasco Rossi. Non è tanto Lui, sono i suoi fan a essere insopportabiliCon Deadpool è più o meno la stessa cosa. È un bel film, mi è piaciuto, è divertente, è un’ottima trasposizione del fumetto, ma… Ma, tre-puntini.

È calibrato al millimetro per piacere da matti a questa generazione di Giovani Disillusi dall’Arido Cuore Post Moderno. Si va oltre il prodotto per fan, si salta a piedi uniti il prodotto per geek-nerd in stile The Big Bang Theory. Si supera il darti di gomito, il farti l’occhietto, l’ammiccare e la rottura della quarta parete, quinta parete, sesta parete, pavimento e soffitto.

 

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Deadpool è un ottimo film, però cazzo. Però, visto che il pubblico di riferimento non è più capace di stabilire un patto di complicità con quello che sta guardando, non facciamo nemmeno finta di provarci. Però, visto che il pubblico di riferimento non è in grado di stipulare un rapporto emotivo con un prodotto di finzione, spostiamo continuamente l’asse drammatico, non corriamo il rischio di essere presi per il culo dalla sala. Giochiamo di anticipo e prendiamoli per il culo noi. Però, visto che il pubblico di riferimento è smaliziato e splendidamente post moderno e post narrativo, seppelliamolo di citazioni, rimandi, inside joke, entriamo e usciamo dai personaggi, cappottiamo gli archetipi ed esplicitiamo ogni passaggio di trama in modo frontale.

Mettiamo giù a pecora il corpus narrativo e offriamolo in sacrificio ai geek-nerd, ai forumisti che ne sanno una più della Marvel stessa, agli Youtubers, agli allievi delle scuole del fumetto, ai fan, ai ragazzini con la soglia dell’attenzione pari a quella di un furetto sotto fendimetrazina, ai condivisori compulsivi di robe di fumetti su Facebook. Dopo aver visto Deadpool, usciranno dal cinema più che soddisfatti, sorridendo, con un’espressione di assoluta pace post orgasmica che nemmeno la migliore puntata di Doctor Who potrebbe offrirgli.

La trasposizione su pellicola di Deadpool poteva essere fatta in modo diverso? No. Assolutamente no. Ed è qui che mi cade addosso un paradosso da otto quintali. Spiderman, Iron Man, Captain America, Thor e tutto il cucuzzaro classico di casa Marvel è nato un milione di anni fa. Sono gli Eroi di Base, rendiamoci conto che venivano impressi sulla carta e nell’immaginario collettivo quando i nostri nonni erano giovani.

 

 

Lasciamo stare le continue riscritture e le attualizzazioni. Il nucleo centrale, il cuore pulsante di quel tipo di eroe arriva direttamente dall’epoca dei telefoni in bacheliteDeadpool irrompe nell’universo Marvel nel 1991 ed è il primo eroe autenticamente post moderno della Casa delle Idee. Nicieza e Liefeld creano un anti-eroe consapevole del suo ruolo: è cosciente di essere il personaggio in un mondo di altri eroi di carta.

Gli autori rompono da subito la Quarta Parete, e in questo senso i titoli di testa del film sono il fumetto allo stato puro.
Non è un caso che Deadpool si collochi nel pantheon dei mutanti, vicino a un altro eroe dal carattere post moderno come Wolverine (sì, okay, anche Wolvie si presenta all’inizio indossando un pigiamino, poi arrivano Claremont e Miller e lo lanciano nel mondo contemporaneo). Un personaggio come Deadpool serviva alla Marvel del 1991, e serviva al fumetto in generale, per dimostrare quanto e come si potesse alzare l’asticella narrativa raccontando storie di gente in costume che si mena. Da sempre è stato difficilissimo collocarlo accanto agli altri eroi.

La differenza si notava subito, l’estrema distanza tra classico e post moderno, mette in luce i difetti di entrambe le visioni. Nel film, per dire, Colosso fa la figura del citrullone, e non potrebbe essere altrimenti. Nei fumetti, una delle mie storyline preferite è quella di Devil e Deadpool, per i testi di Joe Kelly, con un Ed McGuinnes al suo meglio ai disegni.

Lo sviluppo più importante, Deadpool, l’ha avuto accanto a un altro mutante: Cable (e una vocina nella testa mi dice che la presenza di Deadpool era necessaria per accettare gli arzigogoli estremi della linea temporale). Visto il punto di partenza sulla carta, non c’era altro modo per trasportare su pellicola il Mercenario Chiacchierone. Ed ecco che arriva il paradosso.

Il film di Deadpool, così come il fumetto, segna il punto esatto in cui muoiono i classici. È il funerale di un certo tipo di cinema e di un certo tipo di fumetto. Un corteo funebre dove i Giovani Disillusi dall’Arido Cuore Post Moderno seguono il feretro ballando sulle citazioni fatte apposta per loro, mentre dalla bara, il personaggio ammicca per un’ultima volta. Ancora una battuta. Ancora un occhiolino. Ti do ancora di gomito, ti dico una cosa per te importante, ti faccio ridere.
Eccomi. Sono tutto tuo. Sono fatto apposta per te. Sono il “Quarto Potere” della tua generazione. E sono bellissimo.

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