Le tipiche espressioni dei film americani che nella vita reale non usiamo mai

Squagliamocela, diamocela a gambe, vecchio ammasso di ferraglia, ci hanno proprio conciato per le feste.

Cinema
di Simone Stefanini facebook 29 settembre 2016 12:08
Le tipiche espressioni dei film americani che nella vita reale non usiamo mai

 

Fin dai primi vagiti di Hollywood, i film americani giunti in Italia sono tradotti, adattati e doppiati, per venire incontro alla svogliatezza tutta italiana di imparare l’inglese o di leggere i sottotitoli. Questa prassi ha dato vita a una serie di espressioni, frasi e singole parole che abbiamo sentito un milione di volte nei film ma che nella vita di tutti i giorni non abbiamo mai usato.

Un esempio su tutti: se sei in un bar e ti senti chiamare figliolo da un anziano, potresti già pensare di denunciarlo per molestie, invece nei film americani è la prassi. Prova ad entrare nello stesso bar e a rivolgerti a un perfetto sconosciuto con hey amico, e vediamo un po’ se non finisce in rissa.

 

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Tipo, sei in una compagnia di strambi e vuoi passare la notte in una villa evidentemente infestata dagli zombie, non è che al primo rumore che senti dici dividiamociinsomma, così morirete tutti prima del tempo. Potresti urlare squagliamocela, disponibile anche nella versione diamocela a gambe.

Se stai progettando una rapina (oh può succedere), il tuo obiettivo finale sarà il bottino, la grana, i verdoni. Occhio però, potresti avere i federali alle calcagna. Beh, nel caso ti inseguano, dovrai assolutamente seminarli, facendogli mangiare la tua polvere

 

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Non sei stato abbastanza veloce e ti hanno beccato? Colpa del tuo stupido ammasso di ferraglia. Ti spediranno al fresco oppure in gattabuia come un brutto sacco di merda e li potresti aver bisogno di uno strizzacervelli.

Altra scena, di nuovo un poliziotto ti ha acciuffato. La stai avendo vinta, la tua pistola è puntata alla sua testa, puoi ucciderlo e scappare, nessuno ti troverà. “Fai quello che ti dico e nessuno si farà del male”. Poi vieni rapito da un moto di loquace sincerità e gli spifferi tutto il tuo piano, con ampi cenni sulla tua autobiografia criminale, persino i nomi dei tuoi complici e il luogo in cui è nascosto il malloppo. Nel frattempo piangi, picchi i pugni sul muro, accenni al rapporto finito con tua moglie e intanto passano i minuti. Chiaro che poi arrivano gli sbirri e ti riempiono il culo di piombo, sempre se ti va bene, altrimenti ti fanno saltare le cervella.

 

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Non sei il cattivo ma sei il complice? La polizia ti trova e ti inizia a fare domande. Tu, che non sei un infame, fingi di non sapere e intanto il piedipiatti tira fuori una banconota e te la sventola davanti, poi ti dice “forse con questi ti tornerà la memoria”. Magari però sei un tipo tutto di un pezzo e allora gli rispondi “Se vuoi incastrare Jack dovrai passare sul mio cadavere”. Allora ti mostra la foto di tua figlia e tu scoppi in lacrime, urlando “Non osare torcerle un capello, è tutto quello che ho”.

 

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Diciamoci la verità, sarebbe bello parlare così. Imprecare “maledizione” o “dannazione” invece di bestemmiare come un contadino dell’entroterra toscano, oppure dire  almeno una volta nella vita al cassiere “tenga il resto”.  Pensa alla gioia di chiamare un taxi col fischio solo per intimare al conducente “segua quella macchina!”. Ora prova a farlo sui controviali a Torino e vediamo un po’ se non ti conciano per le feste.

 

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