Come si scrive una storia di Topolino? Intervista a Giorgio Salati, sceneggiatore

Giorgio Salati è un fumettista e sceneggiatore, famoso soprattutto per le sue storie su “Topolino”. Gli abbiamo del fumetto in Italia, della Disney e di come si scrive una storia.

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di Simone Stefanini facebook 4 maggio 2015 09:45
Come si scrive una storia di Topolino? Intervista a Giorgio Salati, sceneggiatore

Giorgio Salati è un fumettista italiano conosciuto ed apprezzato soprattutto per il suo lavoro di sceneggiatore  per Topolino. La sua storia Paperinik e l’amore dell’oblio ha ricevuto un TopoOscar come Miglior Storia ambientata nel mondo dei Paperi del 2010. È un premio che danno i lettori, quindi, tanto per capirsi, è uno bravo.

Non vi stiamo a spiegare il transfert che capita ogni volta che teniamo in mano un albo di Topolino, perché ci siete passati tutti. È con ogni probabilità il fumetto più famoso nel mondo, conosciuto trasversalmente dalle nonne, dai ragazzini che hanno appena iniziato a leggere e da tutti quelli che stanno nel mezzo. Ci siamo domandati com’è, sul campo, scrivere quelle storie, che andranno a divertire, svagare ma anche fornire preziosi insegnamenti ai (e finalmente possiamo utilizzare una formula a cui ambivamo da tempo) bambini di tutte le età.

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Immagine © Disney

 

Ci puoi raccontare come sei diventato autore di fumetti professionista?
Fin dalla scuola superiore desideravo scrivere. Dopo aver mollato l’università ho cominciato a seguire diversi corsi di scrittura: creativa, cinematografica, eccetera. Finché sono approdato alla Scuola del Fumetto di Milano. Lì mi sono davvero state insegnate le basi di un mestiere. Era evidente che per il fumetto ero più portato rispetto agli altri media, e così ho mandato i miei primi soggetti e sceneggiature in redazione a Topolino. Non venni preso al primo tentativo, ma sono uno che non molla facilmente, e riuscii a piazzare la mia prima storia. Era il 2003, la storia era intitolata “Paperina alla riconquista di Paperino”. Il resto è storia, anzi, sono storie.

Come autore, avresti potuto scrivere romanzi oppure sceneggiare per il cinema o la tv. Come mai hai scelto il mezzo del fumetto?
Dunque, qualche esperienza alternativa al fumetto l’ho fatta: ho pubblicato qualche racconto, ho partecipato come autore a laboratori di cabaret, ho collaborato per una stagione con l’Albero Azzurro e soprattutto saltuariamente scrivo per i cartoni animati. La mia scelta del fumetto fu determinata da due fattori. Primo: fin da bambino ho divorato un sacco di fumetti e al momento di scegliere il mio percorso è stato chiaro che sapevo più di fumetto che di cinema, letteratura, eccetera. Era una forma narrativa che mi veniva spontanea, come se l’avessi introiettata fin da piccolo. Secondo: tra i vari percorsi di studi che avevo fatto, fu il corso alla Scuola del Fumetto quello che mi diede più basi “tecniche” su cui esercitare le mie idee. Questi due fattori messi insieme fecero sì che mi buttassi a capofitto nei fumetti.

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Prima di entrare a Topolino, quali erano i tuoi fumetti preferiti
Topolino! O meglio, era stato il mio fumetto preferito durante l’infanzia. In adolescenza mi ero poi fissato con i bonelliani: Mister No, Nathan Never, Dylan Dog, eccetera. I fumetti Disney li avevo un po’ trascurati, ma poi ai tempi della Scuola del Fumetto recuperai alcune pubblicazioni Disney che mi ero perso in quegli anni: il “Topolino noir” di Faraci, PK, MMMM… Mi si aprì un mondo e capii che scrivere per Topolino poteva essere davvero fantastico.

La tua immagine verrebbe associata più ad un musicista di metal che uno sceneggiatore che ambienta le sue storie a Paperopoli. Come fai combaciare le due anime?
In effetti sono anche musicista, non propriamente metal (ma amo anche il metal). Non mi si è mai posto il problema di dover far combaciare le due anime. Mi sento sempre me stesso, sia che scrivo storie ambientate a Paperopoli, sia che suono i Led Zeppelin. L’ultima saga di Paperone che ho scritto, l’ho sceneggiata al ritmo di Pearl Jam e Alice in Chains. Non ci trovo nessun contrasto, e anzi credo che alcuni personaggi come Paperinik o Macchia Nera siano molto “rock”.

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Quali sono le linee guida per scrivere una storia su Topolino e quanto di personale ci puoi aggiungere?
E’ un discorso lungo e complesso. La prima linea guida è leggere Topolino. Lì trovi buona parte delle risposte. Bisogna essere in sintonia con il fumetto Disney in generale, e con la direzione attuale del settimanale. E poi, come dico sempre, il punto non è tanto sul COSA si può o non si può fare in una storia Disney, ma sul COME. Tutto si può raccontare, se si sa come farlo. Non potrò inserire sesso e violenza (ovvio: il settimanale va anche nelle mani dei bambini) ma certe cose posso raccontarle in altro modo. Voglio raccontare un’indagine per omicidio? Invece di far uccidere il personaggio lo faccio rapire. Tutto il resto è uguale. Voglio raccontare il bullismo? Invece di far prendere a pugni un bambino gli faccio rubare la merenda, ma la prevaricazione c’è lo stesso. Naturalmente alla fine di ogni storia tutto deve finire bene, ma non per una semplice questione di “moraletta”. Primo: il personaggio deve uscire da un problema con le proprie forze, imparando quindi qualcosa (e il lettore con lui). Secondo: ci sono state migliaia e migliaia di storie e ce ne saranno altrettante. A fine storia bisogna lasciare il mondo disneyano così come l’abbiamo trovato, in modo che il prossimo sceneggiatore possa scrivere la sua storia senza doversi preoccupare di tutto quello che hanno scritto o stanno scrivendo gli altri. Quanto a mettere del mio, l’ho sempre fatto. Le dinamiche tra Paperino e Paperina o Topolino e Minni hanno spesso riflettuto il mio rapporto con l’amore. Nelle relazioni tra Topolino e Pippo esprimo la mia personale idea di amicizia. Alcuni dubbi ed esitazioni di – poniamo – Paperinik o Paperone sublimano i miei conflitti interiori. Per quale motivo altrimenti narrare delle storie? E’ l’unica cosa che so fare: se non metto tutto me stesso – in termini emotivi e di impegno – nelle storie che racconto, tanto vale che faccia un altro mestiere.

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Immagine © Disney

 

Hai un personaggio preferito da sceneggiare, tra quelli della Disney?
Me lo chiedono spesso, e io sempre rispondo che ne ho diversi, di preferiti. All’inizio, come quasi tutti, il mio preferito era Paperino. Ho avuto periodi in cui ho prediletto Topolino, oppure Paperinik o Zio Paperone. Ultimamente sto alternando storie di tutti questi personaggi, senza concentrarmi su uno nello specifico, ma so che presto tornerò a “fissarmi” con uno in particolare. Questi personaggi racchiudono in sé alcune caratteristiche di ognuno di noi. Sono archetipi universali. Perciò naturalmente anch’io vi ritrovo alcune mie caratteristiche.

Ci sono dei messaggi da veicolare o una morale alla quale ti devi attenere per forza? Quanto è cambiata durante gli anni?
Non c’è nessuno messaggio o morale imposta. Ogni autore è libero di esprimere quello che ha dentro. Naturalmente, come già spiegato prima, non è possibile fare tutto perché la prima cosa da rispettare sono le caratteristiche dei personaggi e della tipica narrazione Disney. Ma al di là di questo, ogni autore racconta le storie secondo la propria sensibilità. Personalmente quasi sempre dentro le mie storie è riscontrabile un messaggio o un tema. Per quanto riguarda le storie Disney non si tratta ovviamente di messaggi politici ma di temi che riguardano la nostra crescita come esseri umani. Imparare qualcosa dalle sconfitte, imparare a essere buoni amici, rispettare chi è diverso da noi, cercare una reciprocità con chi amiamo, eccetera.

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I ragazzini sempre più giovani passano il tempo giocando col telefonino o con la Playstation, giusto per dirne due. Perché dovrebbero continuare a leggere Topolino?
Perché ci troveranno quello che non trovano nei giochi del telefonino o della Playstation. Ci trovano dei personaggi fantastici, universali e immortali, ma sempre attuali. Ci trovano narrazione e disegni di qualità. Redazionali che parlano (anche) a loro con un linguaggio giusto per loro. Storie che rispettano i tempi di lettura di tutti. Storie brillanti e dinamiche ma comprensibili a chiunque. Anche i videogiochi possono avere molte di queste qualità, infatti il discorso non è che il fumetto in genere sia “meglio” dei videogiochi. E’ proprio Topolino che è meglio di un sacco di cose.

Questa te la devo proprio chiedere: perché i paperi si mettono la camicia ma lasciano scoperte le pudende?
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Giusto. Nemmeno troppi anni fa, il fumetto era considerato da sfigati. Oggi, anche grazie alle graphic novel, molto spesso di autori indipendenti, la situazione è radicalmente cambiata. Qual è la tua opinione a riguardo?
Graphic novel è un termine generico: ci puoi trovare capolavori come un sacco di robaccia. Anche capolavori di cui nessuno si è accorto, così come robaccia spacciata per capolavori. Tra le graphic novel che ho adorato di più in tempi recenti ci sono “Unastoria” di Gipi e “Corpicino” di Tuono Pettinato. Di Zerocalcare quello che ho apprezzato di più è forse “Un polpo alla gola”, la storia che ho trovato più equilibrata tra le sue. Uno dei miei preferiti è Bacilieri, di cui adoro quasi tutto quello che ho letto. Bello anche “Trama” di Ratigher. Ho adorato anche i volumi dei colleghi disneyani Radice/Turconi, di Sualzo, di Maurizio Rosenzweig, di Sergio Gerasi. Ammetto di dover ancora leggere “Golem” di LRNZ ma sono abbastanza fiducioso. E non vedo l’ora di avere tra le mani “Il porto proibito” sempre di Radice/Turconi.

A cosa stai lavorando ora e cosa non hai ancora fatto che ti piacerebbe proprio iniziare in futuro?
Le risposte alle due domande combaciano: una graphic novel. Inoltre ho appena iniziato una collaborazione entusiasmante che annuncerò prossimamente, per la pubblicazione di una nuova storia di un fumetto creato qualche anno fa da me e Donald Soffritti. Ne riparliamo prima di Lucca 2015.

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Come vedi il futuro del fumetto in Italia?
Siamo nell’era della tecnologia e dei social network. Il fumetto classico, cartaceo, va sempre peggio in tutto il mondo, così come qualsiasi altra pubblicazione. Il fumetto online invece gode di grande popolarità, come dimostrano Sio, Zerocalcare, Jenus. Il fumetto in genere dovrebbe adeguarsi a questo nuovo mondo e capire che bisogna sfruttare la tecnologia per tornare ad essere il leone editoriale di un tempo. Detto questo, credo che il fumetto in formato classico, l’albo da edicola o il volume da libreria, diventerà un oggetto “elitario”. Bisogna prevedere numeri più bassi, prezzi più alti e soprattutto la qualità più alta possibile. Il fumetto è come la radio o i vinili, i numeri si assottiglieranno sempre di più ma non morirà mai. Diventerà una cosa per pochi intenditori e non più il fenomeno di massa come poteva essere il milione di copie vendute in edicola di tanti anni fa. Ma quei pochi saranno davvero buoni, cioè grandi appassionati molto fidelizzati. Bisogna tenere conto di queste persone, che saranno magari disposte a spendere qualcosina di più per i loro fumetti preferiti, ma soltanto se si offre loro un prodotto di grande qualità, a partire dalle storie e dai disegni, ma anche curando molto l’aspetto editoriale e l’oggetto nello specifico (carta, stampa, eccetera). Non possiamo pensare di combattere contro il mondo che si evolve, il mercato della musica ci ha provato (battaglie contro Napster e compagnia) e sta perdendo rovinosamente, perché nessuno più compra un cd. Quindi ricapitolando, gli imperativi secondo me sono due:
Adeguarsi ai tempi tecnologici
Offrire una qualità altissima per fidelizzare lo zoccolo duro di lettori. Le due cose possono sembrare in contrasto ma andrebbero curate contemporaneamente. Il successo di una strategia del genere lo sta dimostrando ad esempio la Bao che pubblica fumetti di qualità (confezione compresa) ma che sa anche sfruttare la potenza dei social network.

LINK: Giorgio Salati Facebook

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