The Life of Van Gogh: l’arte e la fama ai tempi dei social network

Che cosa è il successo? Un video cerca di dare una spiegazione che però forse è sbagliata

Media
di Andrea Girolami facebook 1 marzo 2016 15:52
The Life of Van Gogh: l’arte e la fama ai tempi dei social network

Che cosa è il successo? Una domanda da un milione di dollari a cui hanno provato a rispondere in tanti nel corso degli anni. In ultimo il videomaker Adam Westbrook che da qualche anno pubblica una interessante serie di video online intitolata The Long Game. In queste clip Adam cerca di fare chiarezza sul meccanismo della fama e del rapporto degli artisti con il proprio pubblico nell’era dei social network e del self-publishing istantaneo.

L’ultimo video della serie che potete vedere qui sopra è particolarmente interessante ed è incentrata sulla parabola artistica di Vincent Van Gogh. Per i primi 9 anni della sua attività come pittore, ricorda Westbrook, Van Gogh non ha mai venduto un dipinto, anzi. Non c’era nessuno ad interessarsi del suo lavoro se non il fratello Theo che lo supportava e a cui inviava lunghe e dettagliate lettere parlando della teoria del colore così come dei crampi da fame che lo colpivano ogni giorno.

Addirittura all’età di 30 anni Van Gogh fu costretto a tornare a casa con i genitori, tante e tali erano le difficoltà economiche del proprio percorso professionale. Venderà il suo primo quadro soltanto diversi anni dopo nel mezzo di una carriera durante la quale ha realizzato quasi 1000 dipinti originali. Tutta questa storia per dire cosa quindi? Che non è importante lavorare per un obiettivo preciso quanto per la propria soddisfazione personale. La storia di Van Gogh ci insegna, sempre secondo Westbrook, i vantaggi di un atteggiamento “autotelico”, termine coniato dallo studioso Mihaly Csikszentmihalyi del fare qualcosa semplicemente per il piacere di farla, senza concentrarsi su effetti pratici e le ricadute.

 

autotelic  Artisti autotelici secondo il video di Westbrook

 

La vera questione è però se questo meccanismo del “fare per il fare” è ancora valido oggi dove creare contenuti o arte in assenza di un pubblico che ne possa beneficiare sembra impossibile. Proprio nelle ultime settimane abbiamo raccontato il lancio del nuovo disco di Kanye West, forse il più estroso degli artisti internazionali, che per presentare il suo nuovo album ha noleggiato l’intero Madison Square Garden di New York imbastendo un enorme show che sembrava proprio implorare l’attenzione dei media e dei suoi fan in tutto il mondo. Il paragone può sembrare blasfemo eppure proprio Van Gogh e Kanye West hanno molti punti in comune. Entrambi sono genio e sregolatezza, entrambi estremamente prolifici, entrambi artisti completamente assorbiti dalle proprie creazioni in cui hanno un assoluta fiducia, entrambi fissati con le selfie anche se due secoli fa si chiamavano autoritratti.

Sono i tempi ad essere drammaticamente cambiati. Rispetto alla fine del 1800 in cui operava Van Gogh in cui la pittura era spesso giudicata e apprezzata da un ristretto gruppo di persone qualificate ed appassionate oggi la distribuzione di contenuti del genere è istantanea e capillare. È un esercizio inutile ma divertente quello di immaginare Vincent fare uno dei suoi dipinti, scannerizzarlo, postarlo su Tumblr e aspettare curioso la reazione di pubblico e amici da ogni parte del mondo.

 

vangogh  “Il vigneto rosso” l’unico dipinto venduto in vita da Van Gogh

 

A dire qualcosa di più sensato e contemporaneo sull’argomento è lo studioso e curatore americano Brad Troemel che nel saggio “The Accidental Audience” spiega chiaramente come sia ormai impossibile resistere alla tentazione di relazionarsi direttamente e continuamente con il pubblico delle proprie creazioni. Anzi l’impressione è proprio quella di osservare in un vero rapporto simbiotico dell’artista con il proprio pubblico che diventa a seconda dei casi vittima, carnefice o un semplice focus group che non smette mai di esercitare la propria influenza giudicando incessantemente attraverso gli impietosi pollici alzati di Facebook.

Scrive Troemel nel suo saggio: “Gli artisti che usano i social media hanno trasformato il concetto di “lavoro” da una serie di progetti isolati a una costante proiezione della propria identità artistica come si trattasse di un marchio riconoscibile. Ecco che se un tempo l’artista si esprimeva creando prodotti che erano indipendenti da lui ora è invece caratterizzato dalla mercificazione della propria persona. Questo ha invertito la tradizionale ricetta per cui bisogna creare arte per avere un pubblico. L’artista di oggi su internet ha bisogno di un pubblico per creare arte. […] Pubblicare il proprio lavoro online senza un network di spettatori pronti a recepirlo pone la stessa questione del celebre albero che cade in una foresta deserta. Se un post su Tumblr non ha interazioni è arte? Si può dire che esista veramente? Per i giovani artisti che usano i social media la risposta è no. Se non si riesce a mantenere un pubblico per il proprio lavoro si perde il contesto necessario per reputarla un’opera d’arte. Dovendosi confrontare con una situazione occupazionale difficile e condizioni di vita precarie (senza parlare del debito accumulato per provvedere all’educazione universitaria) chi opera in questo settore cerca di esercitare la propria influenza nell’economia dell’attenzione online attraverso una sovrapproduzione“.

Con buona pace quindi del videomaker Adam Westbrook e delle sue affascinanti teorie oggi è sempre più difficile immaginare l’artista come una figura isolato nella propria torre d’avorio o immersa nell’ispirazione del proprio gesto artistico capace di astrarsi da qualunque reazione e opinione del mondo circostante. L’arte diventa dunque sempre meno romantica e assoluta e sempre più veloce, concreta e misurabile. Una delusione per molti, una crudeltà per altri, un semplice dato di fatto per i tanti che si danno da fare ogni giorno e hanno sempre e solo conosciuto questa semplice realtà digitale.

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