5 tipi di persone che ho incontrato attraversando l’Australia zaino in spalla

Zaino in spalla e via: ecco cosa ti aspetta sulla strada

Viaggi
di Pietro Mantovani 2 ottobre 2015 17:16
5 tipi di persone che ho incontrato attraversando l’Australia zaino in spalla

In Australia Drivemetotheworld

 

Il backpacking (dall’inglese backpack, zaino) è una di quelle esperienze che uno deve fare nella vita, soprattutto in Australia. Wikipedia lo definisce “un modo di viaggiare indipendente non organizzato”, on the road, sfruttando i mezzi pubblici del luogo e alloggiando in ostelli, il tutto utilizzando un budget limitato. Avendo un po’ di tempo da passare nella terra dei canguri ad agosto, ho deciso di sfruttare l’occasione per capire cosa si prova. Sono partito da Brisbane per arrivare a Sydney dopo 922,3 km (una distanza irrisoria in un’isola grande più dell’Europa intera) viaggiando su strada con l’ottimo servizio Hop On Hop Off della Greyhound, che ti consente di salire e scendere alla fermata che preferisci su una tratta a tua scelta.

I momenti più belli sono quelli passati in viaggio, accompagnato dall’emozione di non sapere cosa riserverà la prossima tappa (banale, lo so, ma è davvero così). In quei momenti il passato non esiste, e il senso di libertà che ti sale dentro è così forte da fare spavento. Ciò che nel tempo rimane di più, invece, sono i visi e soprattutto le storie delle persone conosciute lungo il percorso. Ho provato a raccoglierne alcune secondo una tassonomia del tutto arbitraria, e non senza generalizzazioni gratuite.

 

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1. Il backpacker tipo

Mentre nelle grandi città gli ostelli sono spesso popolati da ragazzi che cercano lavoro, o già lavorano ma sono alla ricerca di una sistemazione, il backpacker tipo lo si può trovare negli ostelli più piccoli, in paesi di passaggio sulla costa orientale. Ha tra i venti e i trent’anni (a stare larghi), infarcisce le sue frasi con espressioni come easy o sweet, compra e vende macchine a seconda che gli servano soldi o un mezzo di trasporto, beve tutto ciò che gli capita a tiro, urla senza motivo e risparmia su qualsiasi bene o servizio. Il backpacker è davvero easy, la sua non è una posa, ma una sorta di educata noncuranza: si fa i fatti suoi, seguendo i propri desideri del momento e parte dal presupposto che ognuno faccia lo stesso. Allo stesso tempo è sempre pronto a fare conoscenza, a condividere una birra o scambiare impressioni sulle diverse città che ha visitato.

Così, quando arrivo a Byron Bay, non passa mezz’ora da che appoggio le mie cose in camera, che mi trovo in spiaggia al tramonto a lanciare una palla da football a Michael, compagno di stanza inglese di 24 anni che passa le giornate sul letto davanti al portatile e difficilmente sorride. Quando poi torno in ostello incontro Meredith, dice di venire dalla Germania e subito mi invita a uscire in giardino perché a quanto pare “ci sono dei ragazzi che suonano e sono troppo bravi”. Afferro un paio di birre che ho comprato sulla via dell’ostello e seguo la musica. Fuori, gruppi di ragazzi bevono attorno a tavoli di legno. Michael è con i suoi amici inglesi e fa finta di non vedermi, mentre Meredith mi dice di unirmi al loro tavolo. Mi presento a una sfilza di ragazze bionde con le guance arrossate, noto un apparecchio ortodontico. Una di loro, che sembra aver superato i trenta da un po’, tiene banco parlando a voce troppo alta di quello che ha bevuto qualche sera prima. A pochi passi da me ci sono due ragazzi armati di birra che rivisitano Knockin’ On Heaven’s Door accompagnandosi con una chitarra e un djembe.

“Non sono fantastici?”, mi chiede Meredith per farmi inserire nel discorso.

“Eccome”, rispondo cercando di muovere la testa tempo di musica.

Poco dopo lo show finisce, dalla radio partono i primi versi di “King Kunta” di Kendrick Lamar e io inizio a riprendere conoscenza.

 

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2. L’australiano

Girando in Australia può capitare anche di incontrare qualche australiano. L’australiano è estremamente gentile e disponibile, tanto da indurti a chiederti dove sia la fregatura. Il luogo comune lo vuole ingenuo e ubriacone, e in un certo senso è vero. L’australiano beve, e beve male. Cioè non beve per una questione di gusto, ma piuttosto per cercare di stordirsi il prima possibile. E poi non ci prova con le donne, almeno così dicono. L’australiano è giovane, proprio in senso filogenetico, è come se gli si debba spiegare tutto. Così si possono trovare cartelli che in piscina ricordano di non trattenere il fiato troppo a lungo sott’acqua. C’è da dire che questo paternalismo viene ripagato con un ligio rispetto delle regole, che non sembra tanto dovuto a senso del dovere o alla minaccia della coercizione, quanto piuttosto alla paura di scottarsi.

L’ostello di Coffs Harbour è quasi deserto. Vengo a sapere solo qualche giorno dopo che gli ostelli della YHA sono frequentati per lo più da gente di una certa età e lavoratori, principalmente perché sono più costosi. È qui che incontro Carl, un uomo alto e biondo di circa quarant’anni, con dei grandi incisivi e una spaziosa testa ovale. È una persona sola e potrebbe parlare all’infinito, infarcendo di aneddoti poco interessanti i suoi racconti. Lo scopro una sera, quando mi stendo sul divano pronto a leggere nel silenzio dell’ostello e lui mi si siede di fronte con l’evidente intenzione di parlare di tutto. Durante la conversazione si rannicchia e prende a passarsi le dita sotto le unghie dei piedi prima di annusarle. Non si sa come, arriviamo a parlare addirittura della Seconda Guerra Mondiale. Approfitto di un momento di defaillance per fingere uno sbadiglio e squagliarmela.

 

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3. Il fuggitivo

Le storie dei fuggitivi non sono sempre storie felici. Si può trattare di persone che lasciano il proprio paese (e quindi la propria famiglia) per mancanza di opportunità, o per cambiare aria e staccare la spina per un po’, oppure, e questi sono i più comuni, sono persone che fuggono dal proprio passato. Per queste persone, oltre che nella ricchezza, l’attrattiva dell’Australia risiede nel fatto di trovarsi dall’altra parte del mondo, lontano da tutto, e tutto sommato in molti casi in questo luogo trovano quello di cui hanno bisogno.

Adam si siede accanto a me sul divano di pelle nera dell’ostello di Port Macquarie mentre sto giocando a Tekken Tag Tournament 2 e poco più in là dei ragazzi stanno disputando una sentitissima partita di Jenga gigante. Avrà quasi sessant’anni, ed è un grosso macedone con un fisico da camionista, la faccia tonda riempita da un grande naso e la testa rasata come un busto di Mussolini. È evidentemente ubriaco, e mi parla a pochi centimetri dalla faccia con una voce profonda che sembra uscire direttamente dal diaframma. Mi dice che sua moglie è di origini calabresi, e lui la odia, perciò odia anche i primi due figli che gli ha dato, mentre è profondamente innamorato della terza. Ha undici anni ed è proprio come lui, mi assicura: “È sveglia, capisci? Non si fa mettere i piedi in testa”. Mi racconta di quella volta in cui la figlia ha preso a pugni un compagno di scuola che la infastidiva. Adam è in Australia perché fugge dalla moglie e dai primi due figli che sembrano solo di lei. Vivono tutti in Macedonia dove non fanno altro che litigare. Non capisco quale sia il suo lavoro, ma è chiaro che le cose non gli vadano bene, perciò aveva bisogno di staccare da tutto quel casino.

 

 

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4. L’italiano

Quando mi trovo in Australia è agosto e i turisti italiani ad agosto non vengono da queste parti. Qui è inverno e, anche se l’inverno è mite a queste latitudini, in pochi sono disposti a usare le ferie per andare incontro al freddo. L’italiano si riconosce a vista d’occhio per strada, sa tutto sul sistema fiscale australiano e conosce nei minimi dettagli i passaggi burocratici per ottenere i vari visti; indossa il piumino 100 grammi, mette la camicia quando va in discoteca e puoi puoi considerarti veramente suo amico solo quando inizia a parlarti di donne.

Quando a Sydney incontro Andrea devo dire che non mi dispiace l’idea di poter condividere con qualcuno dei discorsi che vadano oltre le solite small talk. Andrea è di Milano e ha 26 anni. Inizialmente il suo viso alla Bruce Harper mi inganna, ma poi capisco che è italiano dall’accento e dal fatto che non mi dà confidenza. Quando arrivo in ostello si sta preparando per una prova di lavoro in un ristorante italiano in centro. Ha trovato casa qualche giorno prima e non vede l’ora di andarsene dall’ostello. “Sono due settimane che sto qui, ho bisogno dei miei spazi e di sistemarmi da qualche parte”. In effetti l’impressione è che odi tutti quanti gli passino vicino. Al suo ritorno mi dice che la prova è andata bene e che inizierà a lavorare il lunedì successivo. Ora non gli resta che trasferirsi nella nuova casa, per la quale pagherà un affitto esagerato. La sera dopo lo incontro nella zona comune che mangia la pizza di Domino’s. Gli chiedo com’è pronto a condividere un po’ di sano sdegno italico, ma lui mi sorprende con una smorfia di accettazione: “Mah. È pizza”. Cerco di restare calmo. La notte sento che si agita su quello che potrebbe essere uno dei letti più rumorosi della storia. Il mattino dopo apro e mi dice di avere avuto la febbre a trentanove durante la notte e di avere vomitato più volte. Bel modo di affrontare un trasloco, penso. Gli auguro buona fortuna e mi rendo conto di non invidiarlo affatto. Il giorno seguente, va da sé, ho la febbre anche io.

 

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5. L’outsider

L’outsider è il personaggio più interessante, poiché è l’elemento di caos nella diversità ordinata del mondo degli ostelli. Lo si può trovare soprattutto nelle città più grandi, o meglio è in quegli ambienti che emerge nella sua irriducibile unicità. Essendo la vita da ostello molto orientata a fare nuove conoscenze e possibilmente stringere rapporti di tipo carnale, le coppie sono i primi esemplari di outsider che si possono incontrare. Girano sempre uniti e difficilmente socializzano. Lei guida, lui segue con lo sguardo di chi vorrebbe fare due chiacchiere ma non sa fino a che punto può spingersi.

Kyung-Soon invece è l’outsider solitario. Lui non viene dalla Corea del Sud ma proprio da un altro mondo. Lo vedi che gira da solo con il sorriso fisso e lo sguardo spaesato. La sua particolarità è la delicatezza con cui intrattiene le conversazioni. Si stupisce di tutto, accoglie ogni affermazione con un lungo “ooooh” seguito da una leggera risata di spalle. Capisce poco l’inglese e lo parla ancora meno, così, quando non gli viene una parola, si scusa e indica il cellulare come per chiedere il permesso di cercare la traduzione su Google. Il suo amico canadese lo rimprovera bonariamente: “Sei troppo educato, man!”, ma lui non capisce. Lo incontro una sera nella zona comune che mangia ramen direttamente da una pentola. È paonazzo e il sudore gli gronda dalla faccia sul collo della maglietta. Mi saluta ansimando per far entrare aria nella bocca. Dopo qualche ora c’è il beer pong e Kyung-Soon viene a chiedermi andare a fare il tifo per lui. Neanche a dirlo, diventa in poco tempo l’idolo dell’ostello.

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