2501, quando la street art trasforma i muri in loop ipnotici

Dai muri ai progetti video, l’artista milanese ci racconta il suo mondo visivo

Street Art
di Sandro Giorello facebook 17 ottobre 2016 12:39
2501, quando la street art trasforma i muri in loop ipnotici

2501-copertina

Jacopo Ceccarelli – aka 2501 – è sicuramente uno degli street artist italiani più interessanti e complessi degli ultimi tempi. Nato a Milano nel 1981, ha realizzato le sue opere in molte città del mondo come Mosca, Chicago, New York e Rio. A San Paolo, dove ha vissuto per un anno, ha collaborato con molti dei writers più importanti della scena sudamericana come Os Gemeos, Herbert Baglione, Higraff e altri ancora.

Nonostante prediliga lavori su muri e palazzi, ha portato avanti negli anni numerosi progetti indoor dove ha sperimentato il suo stile su altri materiali come tela e ceramica, in più non mi ha mai abbandonato la sua passione per il montaggio degli audiovisivi sviluppando diverse serie di video. L’abbiamo intervistato.

Hai alle spalle un percorso da autodidatta, è un tipo di formazione che consiglieresti a tutti?
Dipingere è un antidoto nella maniera più banale del termine, perché è una pratica, un modo di esprimersi con il corpo e con la mente in una sorta di un rituale ripetuto. Questa ripetizione porta alla continuità, che è poi quella del percorso che sto seguendo ininterrottamente da oltre quindici anni. Il dipingere si trasforma in pratica meditativa, nel momento in cui l’attività pittorica crea uno spazio interiore di raccoglimento in cui nascono idee e suggestioni. A questa idea si sono aggiunte motivazioni personali e una ricerca artistica condotta in modo indipendente: non avendo seguito studi artistici accademici o tradizionali, l’evoluzione del mio stile pittorico è arrivata sempre passo dopo passo da autodidatta. Il risultato è una reinterpretazione tutta personale di tradizioni, input di ogni natura che si declinano in immagini cariche di suggestioni, simboli, astrazioni da interpretare

Spesso prediligi il bianco e nero, perché?
Questa scelta deriva dalla natura funzionale di questi due “colori”: sopratutto il nero in china è facile da trasportare e molto potente in proporzione alla quantità necessaria per dipingere. Per dipingere un palazzo a Kiev in Ucraina di ventisei piani ho usato solo 8 litri di nero china.

Si può dire che la linea è uno degli elementi più importanti nei tuoi lavori?
Le linee nere dipinte a mano sul bianco del muro, della ceramica e della tela in modo astratto, preciso, ma espressivo hanno l’intento di conferire una sorta di spessore al dipinto che alteri la percezione della superficie bidimensionale. La linea stessa come forma pura mi ha permesso di trasferire il gesto del dipingere in strada nel lavoro in studio e viceversa. La costante resta la tensione, il movimento, il loop. E sempre la linea e la sua ripetizione ha generato la sperimentazione dei pennelli e degli strumenti che uso nell’ottica di indagare tutte le possibili varianti della linea stessa.

Never2501 in Rome for Wunderkammern-© Giorgio Coen Cagli 2501.org.uk/ - Never2501

 

Tra i tuoi lavori c’è la forma ricorrente dell’uovo, veniva anche riportata in un ipotetico tuo manifesto presente sul tuo sito tempo fa. Perché è così importante?
Più che dalla forma dell’uovo sono affascinato dal cerchio, o dall’armonia della circolarità in senso estetico e ideale. Legato ad una astrazione della forma, il cerchio è il punto di partenza per intreccio di forme e figure irregolari. La mia idea è quella di sviluppare una pittura basata sulla continuità dell’esperienza, una sorta di flusso legato al movimento. Si tratta di una scelta in costante contrapposizione con un approccio statico, che premia il movimento. Le immagini e le visioni pittoriche realizzate, sono statiche se prese singolarmente all’interno di un contesto, ma al tempo stesso raccontano una storia di movimento e sono il risultato di processi pittorici realizzati in luoghi e tempi sempre diversi.

Dietro ad ogni tuo lavoro c’è un lungo periodo di progettazione?
La pittura è sicuramente più situazionista e istintiva. I progetti video e di sperimentazioni hanno una progettazione, una realizzazione e una durata complessiva più lunga. Le differenze tra dipingere e dirigere sono ovviamente tantissime, anche se c’è un’unica grande cosa che le accomuna: il pensare per immagini. Il video per me è sempre stato fondamentale. È come se una parte di me ragionasse comunque sempre per inquadrature, e mi capita spesso di pensare anche ad alcuni quadri proprio in termini di scene. Gli ultimi progetti video come Glimpse of America o Nomadic experiment hanno generato progettazioni diverse. Il progetto Nomadic experiment nella sua forma virtuale di sito web, è una raccolta di video realizzati negli ultimi tre anni che progressivamente si amplia con l’aggiunta di nuovi video dal numero ancora indefinibile perché ne ho stabilito una durata di dieci anni per l’intero progetto.

 

2501-street-artist18 2501.org.uk - Mosca

 

Per ogni artista la scelta del muro su cui rappresentare un’opera è spesso significativa. Quali sono i fattori più importanti per te quando scegli una location?
Come spesso accade i miei murales sono influenzati dagli impulsi e dalla sensazioni del luogo, spesso intercettati attraverso la presenza di persone sconosciute, di dettagli unici.  La ricerca della location quindi, attraverso un meccanismo di azione-reazione, crea con l’ambiente circostante una sorta di conversazione tra l’ambiente architettonico e quello sociale.

Cosa ti piace di più del lavorare outdoor e cosa invece preferisci dell’indoor?
Lavorare in uno spazio pubblico ti offre la libertà e un grande margine di improvvisazione, che viene stimolato dagli spunti offerti dall’ambiente, rendendo l’arte viva e vibrante. Credo che qualsiasi processo artistico che funziona debba far nascere nel pubblico la necessità di uno scambio, di un confronto personale con l’opera, che sia stimolo, arricchimento e riflessione. Dipingere in luoghi esterni e illegalmente ha un valore già nella scelta di farlo; intervenire su un’architettura ha una forza, un impatto visivo indubbiamente più incisivo e collettivo rispetto a lavoro indoor. Preferisco lavorare outdoor, motivo per cui i lavori e le istallazioni per delle mostre continuano a nutrirsi della mia esperienza in strada.

Oltre alle arti figurative ti interessa sei appassionato di video, di regia e sei diplomato alla Scuola Civica di Cinema di Milano. Quali sono i tuoi registi preferiti?
In seguito agli studi di montaggio alla Scuola Civica di Cinema di Milano, ho avuto la fortuna di lavorare con Box Studio e Sun Wu-Kung Collective, che si occupavano di video, grafica, motion graphics. Lavorare a contatto con artisti come Tatiana, GGT, Riccardo Arena, Nunzio Cicero, a cui si aggiungono Bo130, Microbo e Claudio Sinatti è stato decisivo per plasmare la mia attitudine all’arte e al medium video. Per quanto riguardo il cinema miei registi preferiti sono Elio Petri, Wim Wenders, Werner Herzog.

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