The Human Condition, la spettacolare opera di Gaia sulla migrazione

Nelle valli bresciane c’è un nuovo capolavoro: e noi abbiamo intervistato lo street artist che l’ha realizzato

Street Art
di Gabriele Ferraresi facebook 11 ottobre 2016 13:52
The Human Condition, la spettacolare opera di Gaia sulla migrazione

00-gaia-human-condition-monno-ph-by-the-artist murale valcamonica gaia street artist  The Human Condition, foto dell’artista

 

La natura ci impone confini, e possono essere catene montuose, fiumi, mari: ma è l’uomo che ha inventato le frontiere. Anche questo ci ricorda The Human Condition, la spettacolare opera dello street artist Gaia realizzata in Valle Camonica durante Wall in Art, seconda edizione del progetto che porta i più importanti street artist del momento a dipingere nelle verdi valli a pochi km da Brescia.

L’opera di Gaia si trova a Monno, raffigura due immigrati italiani a Ellis Island e “mescola sacro e profano, tradizione e attualità: San Cristoforo, il protettore dei viandanti che intraprendono itinerari difficili e pericolosi, porta sulla schiena Gesù bambino avvolto in una coperta, simile a quella data ai profughi del Mediterraneo per prevenire l’ipotermia, che si risolve nel busto reliquiario di Carlo Magno“.

Ci è piaciuta moltissimo, così abbiamo voluto fare una chiacchierata proprio con Gaia, uno dei più rilevanti street artist del mondo.

 

 

Oggi sei un artista affermato, ma ti ricordi quando hai iniziato a disegnare?
Fin da bambino avevo l’inclinazione a copiare cose su carta e i miei genitori pensavano che fosse un talento da incoraggiare. Però ho sempre pensato a quel talento come a un hobby, finché non ho dovuto scegliere il mio percorso scolastico: e a quel punto, al college, ho scelto una scuola d’arte.

Dove hai iniziato la tua “carriera” di street artist?
Ho avuto l’incredibile fortuna di crescere a New York, un luogo leggendario per i graffiti, dove i graffiti sono nati: il mio cammino come delinquente romantico è passato da piazze molto classiche, come Soho e il Lower East Side, poi ho cominciato a vagare in altre zone, cercando nuove frontiere. Me ne andavo in giro in bici, era un’esplorazione psicogeografica di New York, in cerca di luoghi abbandonati.

Quali erano le tue fonti di ispirazione all’epoca?
Internet è sempre stata una grande fonte di ispirazione, visto che agivo un po’ da lupo solitario. Dopo un po’ però diventai amico su Myspace di un artista, Cheekz, perché a entrambi piaceva un album di MF Doom. Cheekz mi fece conoscere altri artisti fondamentali, come Swoon e Brian Adam Douglas, ovvero Elbow-Toe, e cominciai a prendere ispirazione da loro finché non riuscii a elaborare un mio linguaggio visuale. Ma dal punto di vista concettuale il mio lavoro era molto differente: più naif, ingenuo se vogliamo, volevo creare una mitologia ibrida tra la fauna del nord America e la figura umana per ricreare il senso di nostalgia del passato della mia generazione. Da lì mi è sempre rimasta la curiosità di capire come mai le città in cui viviamo sono fatte come sono fatte, e questo mi ha portato lungo un cammino che è stato molto differente da quello che avevo intrapreso nei miei inizi.

 

murale valcamonica gaia street artist 03-gaia-work-in-progress-monno-ph-d-bassanesi  Gaia al lavoro su The Human Condition – Foto di D. Bassanesi

 

Chi sono stati i tuoi maestri?
Il mio maestro è stato l’internet. Non ho avuto una formazione gerarchica, ho semplicemente imparato facendo errori, evitando di combinare guai, evitando di farmi arrestare, e cercando di mantenere un equilibrio tra i soldi che guadagnavo vendendo le opere e quelli che spendevo per le parcelle dei legali che dovevo pagare quando le cose si mettevano male. Ho avuto dei maestri che mi danno dato delle opportunità, che hanno creduto in me, e coltivato la mia intelligenza emotiva. La Ad Hoc Art di Garrison Buxton e Ray Cross mi ha dato un grande aiuto nelle prime fasi della mia carriera, e mi seguito nel tortuoso e losco ambiente delle gallerie d’arte. Altre due figure importanti nella mia vita sono state Martin Irvine e Lauren Gentile della Irvine Contemporary. Senza di loro sarei stato visto come una minaccia, un principe, o un pagliaccio nel mondo della street art e dei graffiti.

Dipingevi con una crew o preferivi andare in solitaria?
Ho sempre preferito andare da solo, l’unica volta che sono stato arrestato è stato per colpa di qualcun altro. Inoltre, andando a dipingere da soli si evita tutto il bagaglio ideologico dei puristi della strada. È importante rendere conto solo a quelli che definiscono e fanno parte della comunità in cui stiamo lavorando.

 

02-gaia-work-in-progress-ph-t-salvini murale valcamonica gaia street artist  Gaia al lavoro su The Human Condition – Foto di T. Salvini

 

La tua famiglia come vedeva la tua attività di street artist?
Sono sempre stato indipendente dal punto di vista economico fin da quando ho iniziato la mia “carriera” in questo movimento, e anche quando mi è capitato di dover pagare multe o sanzioni legali, ero il solo responsabile che potesse tirare fuori il mio culo dalla prigione e andare in tribunale. Per questo motivo non sono legato alle opinioni che possono avere i miei genitori, ma mantengo con loro una relazione molto forte, per avere una sorta di bussola morale. Con loro ci siamo lentamente evoluti nel corso degli anni, e siamo diventati capaci di insegnarci qualcosa a vicenda. Naturalmente i miei genitori non amano sapere delle mie imprese, magari quando mi arrampico su un cartellone pubblicitario, ma mi hanno sempre dimostrato una enorme fiducia, e di questo sono loro grato.

 

00b-gaia-human-condition-monno-ph-d-bassanesi murale valcamonica gaia street artist  Foto: D. Bassanesi

 

Che cosa hai voluto raccontare con il tuo ultimo lavoro in Valcamonica? 
La migrazione di Monno è stata resa attraverso una negoziazione tra i rappresentanti del Comune e le mie proposte. Ho voluto creare un pezzo che parli della condizione umana della migrazione, dalle nostre origini fino alle scelte della politica di oggi su quel che sono i confini.

Quali sono le tue sfide più importanti oggi?
La sfida più grande è sempre quella di essere inclusivo, non diventare uno snob, continuare a essere sensibile e ascoltare le persone.

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