Bella Addormentata – Anche Marco Bellocchio può sbagliare [recensione]

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di Marco Villa facebook 6 settembre 2012 11:11
Bella Addormentata – Anche Marco Bellocchio può sbagliare [recensione]

Le aspettative erano altissime. Perché il tema della morte e di come affrontarla è cosa enorme e perché quelli di Marco Bellocchio sono senza dubbio tra i film italiani più importanti degli ultimi dieci anni.

Purtroppo, però, Bella Addormentata non è un bel film. Anzi, per certi versi è un film addirittura sbagliato. Il problema principale di Bella Addormentata è il tono. O meglio: i toni. Ci sono tre storie. La prima ruota intorno a un parlamentare PDL in crisi di coscienza (Toni Servillo) e a sua figlia (Alba Rohrwacher), cattolica praticante. La seconda è dedicata a un medico di un ospedale di provincia (Piergiorgio Bellocchio), che vuole salvare una tossica (Maya Sansa) dalla sua autodistruzione. La terza racconta di una famiglia di attori (Isabelle Huppert e Gianmarco Tognazzi) con una figlia in stato vegetativo.

La prima storia è l’unica a funzionare, per i rapporti tra i singoli, per il modo in cui viene raccontata, per il tentativo di mettere in scena personaggi non estremizzati.

Esattamente il contrario degli altri nuclei narrativi, dominati da dialoghi e recitazione enfatici e sempre sopra le righe. Una discrepanza tale che non può che essere voluta, ma che non sa essere funzionale.

Se da una parte abbiamo un uomo politico dalla carriera più che verosimile (laico, ex socialista, entrato in Forza Italia) e una figlia altrettanto verosimile (credente e militante, ma senza estremismi né comportamenti suoreschi), dall’altra si trovano figure che sembrano appartenere non solo ad altri piani narrativi, ma a un altro film.

I personaggi, infatti, sono tutt’altro che credibili: semplici figure emblematiche, che parlano per sentenze, se non per veri e propri slogan, con tono e impostazione da tragedia teatrale, fino al parossismo della citazione diretta e scoperta di una Lady Macbeth che non riesce a togliersi il sangue dalle mani.

Questa netta frattura, percepibile a ogni cambio di ambientazione, finisce per essere l’elemento più in vista, affossando anche la vera tematica del film, ovvero il triangolo a somma zero libertà-amore-dipendenza, che a livelli diversi tocca le vicende di tutti i personaggi.

Al termine delle due ore, rimangono nelle orecchie battute troppo pesanti e poche immagini da tenere nella memoria. La poetica visiva di Marco Bellocchio fatica a emergere, imponendosi con forza solo nelle splendide scene surreali in cui i politici vengono ritratti come antichi senatori romani, a mollo in terme fuori dal tempo. E l’amaro in bocca aumenta ancora di più.

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