Gianfranco Funari è vivo, noi siamo morti

Croupier, autore, showman, ma soprattutto visionario profeta dei populismi di Beppe Grillo e del M5S. E di quel che sarebbe diventata l’Italia di oggi

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di Gabriele Ferraresi facebook 21 marzo 2017 11:50
Gianfranco Funari è vivo, noi siamo morti

gianfranco funari biografia  Dettaglio della copertina di A bocca piena, Milano, SugarCo, 1988

 

Avrebbe 85 anni oggi, Gianfranco Funari: leggenda della tv italiana, una vita di “damm’a ddue“, “strigni“, di “damm’a a quattro“, una vita imitata da Corrado Guzzanti per esempio – e non c’è niente come la parodia a timbrare la penetrazione nell’immaginario – ma in senso stretto una vita inimitabile.

Una vita spettacolare nell’accezione più estesa del termine.

 

 

 

Gianfranco Funari – val sempre la pena di ricordarlo – vanta una biografia romanzesca, limonoviana quasi: “prima pugile, poi rappresentante, quindi croupier per un gangster a Bangkok e cabarettista. Infine (…) la televisione. Alla fine degli anni Settanta su Telemontecarlo con “Torti in faccia” che sbocciò in “Aboccaperta”. Poi la Rai. Funari aveva già 52 anni“.

A proposito del suo ingresso nella tv di Stato disse: “Raidue mi chiamò per risolvere un problema: aveva più dirigenti che telespettatori“. Funzionò fin troppo bene.

Funzionò a tal punto che la tv tra gli anni ’80 e ’90 è stata per Funari quello che internet è stato per Beppe Grillo tra gli anni ’00 e ’10.

Solo che Funari è stato più intelligente del comico genovese e ha evitato – o gli hanno fatto evitare… – di capitalizzare in politica quello che il medium televisivo gli aveva dato in termini di consensi e popolarità.

 

 

Sì, perché c’è stato un periodo in cui Funari – tribuno populista dalla parte dei più deboli, dei tartassati, di quelli che “non hanno santi in Paradiso”, quelli che spesso avrebbero generato figli ben più che delle stelle: bensì del Movimento 5 Stelle – ecco, un periodo in cui Funari era davvero un potenziale leader carismatico. Era il leader di un movimento che ancora non esisteva, ma ribolliva, doveva solo andare a coagularsi e tempo 10, 15 anni sarebbe stato pronto in tavola il M5S.

Aldo Grasso, alla morte di Funari nel 2008 scrisse: “Come un nuovo Bertoldo, ben prima di Beppe Grillo (…) Funari si è vissuto come il fondatore di una nuova religione catodica“. Oggi viviamo quindi nell’epoca dei primi cristiani, funariani-grillisti, come fossimo nel 10, nel 15 d.C..

Ed è difficile negare che il brodo di questi anni, di oggi – del 2017 – l’abbia messo a bollire col dado Funari, che era lì in cucina ben prima di Grillo, ancora prima della “discesa in campo” berlusconiana, o dell’esplosione della Lega Nord dei primi anni ’90. Va detto però che con la politica Funari fece un tentativo, nel 1997, esattamente 20 anni fa: con la Lista Funari alle elezioni comunali di Milano.

A quanto scritto nella sua biografia postuma la sua candidatura svaporò a causa di un ricatto: “Ricevetti pressioni su chi avrei dovuto mettere in consiglio. E fui ricattato (…) Avevo un’amante. Era moglie di un ministro e amava scrivermi lettere d’amore. Durante la campagna elettorale trovai le fotocopie di tutte le lettere sul mio tavolo. Qualcuno mi stava chiedendo di togliermi di mezzo. Pagai un riscatto per avere gli originali“. Più Ellroy che Carrère.

Sempre in quel periodo Funari precisò al Corriere Della Sera a proposito di una favoleggiata sua visita da Bettino Craxi ad Hammamet: ““Bettino mi ha promesso quei 30.000-40.000 voti che controlla”, la notizia è però smentita da persone vicino a Bettino. Parlò sempre in quel periodo di una violentissima pressione cui era stato sottoposto per rinunciare alla candidatura, probabilmente il ricatto svelato anni dopo nella biografia.

Già cinque anni prima del 1997 però – nel 1992 di Tangentopoli, in cui Stefano Accorsi aveva 21 anni – Luigi Manconi ricordava un sondaggio del, ai tempi PDS, oggi PD: “Era il 1992 e un sondaggio condotto tra i militanti del Partito democratico della sinistra (PDS) su chi fosse la personalità che meglio interpretasse “le aspirazioni al cambiamento”, offrì risultati sorprendenti. In testa alla classifica svettava l’ex democristiano Mario Segni, che precedeva Nilde Iotti; terzo Gianfranco Funari e solo al quarto e quinto posto Achille Occhetto e Massimo D’Alema“.

Non solo. In un’epoca di profondità di dibattito impensabile per oggi Manconi intrecciò la penna proprio a proposito di quel sondaggio con Norberto Bobbio sulle colonne de La Stampa.

Prosegue Manconi, sempre nel pezzo uscito sul Foglio: Nel mio editoriale scrivevo: “È l’ultimo segnale dell’avvenuta trasformazione in senso populista della politica italiana”. Pensate: un quarto di secolo fa potevamo parlare di “ultimo segnale” (…) Tra le cause del diffondersi di uno “stile populista” si citava “l’avvenuta integrazione tra sistema dell’informazione (…) e sistema politico”. E, a proposito di quest’ultimo fattore (…) “la lingua domestica, gastronomica e stercoraria di Gianfranco Funari” (…) la tendenza del sistema politico, già allora prevalente, era quella alla “funarizzazione” (…) Oppure, per esempio, un quarto di secolo dopo, un Funari più callido come è, a ben vedere, Beppe Grillo“.

In questo senso pare difficile negare che Gianfranco Funari sia vivo, mentre noi siamo morti; o quantomeno morituri.

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