Breve storia della Mivar, la tv del passato uccisa dal futuro

Gli stabilimenti regalati a Samsung? Una boutade: ma anche l’amaro crepuscolo di un pezzo dell’Italia del boom economico

TV
di Gabriele Ferraresi facebook 14 marzo 2017 17:15
Breve storia della Mivar, la tv del passato uccisa dal futuro

mivar carlo vichi samsung Mivar.it

 

Nei salotti, nelle cucine, nelle camere da letto degli italiani dagli anni ’60 in poi c’è stato spesso un televisore italiano. Era un economico e affidabile tv Mivar a tubo catodico, che la MIlano Vichi Apparecchi Radio produceva in Italia: prima a Milano, poi ad Abbiategrasso, due passi dalla metropoli.

Almeno dal 2013 la Mivar è un’azienda finita, nostalgico simbolo di un’industria semi-autarchica d’altri tempi spazzata via dall’incapacità di aggiornarsi e dallo tsunami giunto dai nuovi mercati e dalla globalizzazione.

Già nel 2014 il fondatore dell’azienda – che forse apprezzerebbe più un termine fané come “ditta” – Carlo Vichi, aveva offerto praticamente in regalo una fabbrica della Mivar, ma ponendo condizioni fuori dal tempo, da ventennio fascista: “Se una società di provata serietà accetta di fare televisori in Italia, io gli offro la mia nuova fabbrica, pronta e mai usata, gratis. Non voglio un centesimo. Ma chiedo che assuma mille e duecento italiani, abbiatensi, milanesi. Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente” disse.

Di Mivar si sta riparlando in questi giorni, tre anni dopo, soprattutto per l’annuncio in home page sul sito Mivar, in cui in tono ormai supplicante si legge: “Signori Imprenditori asiatici, siete gli unici costruttori della componentistica elettronica. Venite a rendervi conto dei vantaggi che potreste avere assemblando in Italia 3 milioni all’anno dei vostri televisori, la Mivar vi concederebbe l’uso gratuito di un complesso industriale unico al mondo in provincia di Milano, come pure il supporto necessario a una vostra presenza in Italia. Il governo stesso darà il benvenuto a una Industria costruttrice di televisori. Signor Presidente della  Samsung, mandi un suo incaricato a verificare personalmente come stanno le cose, non le costerà nulla“.

Sono parole di Carlo Vichi – anche se non firmate: di chi se non sue? – ed è difficile non immaginarle, non sentirle pronunciate da lui, fascistissimo self made man oggi 94enne, padre padrone di un’azienda di televisori nata dal nulla negli anni ’50.

Un’azienda anomala, un unicum nell’industria dell’elettronica di consumo Made in Italy che arrivò nel 1988 a fatturare 176 miliardi di lire e produrre 300mila tv a colori e 60mila in bianco e nero e toccare i 240 miliardi di fatturato e 700 dipendenti nel 1994 quando a proposito di Vichi si leggeva su Repubblica: “Autodidatta (“niente libri mi sono formato sulla Settimana Enigmistica”) contrario all’export (“meglio riconquistare posizioni in patria”) Vichi è un provocatore nato. Dice: “In Italia i manager si sono addormentati, si sono adattati al concetto di Dolce Vita, lavorano poco. Ecco perché le aziende vanno male”. Quanto a lui passa il suo tempo in fabbrica dalle 8 del mattino alle 8 di sera. E alla domenica sta assieme alla moglie. Cosa fanno? Semplice: guardano la televisione“.

Ci sono voluti decenni di crisi e di tv vendute perdendoci, ma ora Mivar e Vichi alzano definitivamente bandiera bianca.

È difficile però – macché difficile: è lì il bello… – parlare della storia della Mivar senza parlare proprio di Carlo Vichi. Oggi ha 94 anni, di lui si ricorda spesso l’orientamento politico ben oltre l’estrema destra. Luciano Gulli lo raccontava così, in un bellissimo ritratto uscito su Il Giornale nell’aprile 2011.

Alla fine, salutandoci, ci siamo scambiati un bel po’ di pacche sulle spalle e di sorrisi, e di arrivederci, finché lui non si è riassunto tutto in un attenti! e mi ha urlato: «Saluto al Duce!» E io, di rimando: «A noi!». Ma così, per ridere. Mentre invece lui, che ancora inalbera sotto l’ultimo bottone della camicia chiusa al colletto una spilla che riproduce un fascio («repubblicano, non littorio: la prego di non scrivere fesserie») fremeva fin nell’intimo, essendo il suo intimo quello di un fascista al quale la definizione di fascista va un po’ stretta. «Vuol mettere la statura di un Hitler?» si era commosso un momento fa squadernandomi sotto il naso un bell’album della Kriegsmarine del Terzo Reich“.

Ecco, Vichi politicamente era ed è questa cosa qui: “Agnelli, De Benedetti, Berlusconi? “Gente che dovrebbe firmare con il proprio sangue la garanzia di quello che vende”. Tutto il resto ne discende in modo meccanico e travolgente. “Lo statuto dei lavoratori è la rovina dell’Italia – sentenzia – e l’ ultimo accordo sul costo del lavoro è la solita idiozia democratica: nessuno vuole ammettere che l’unico sistema per uscire dalla crisi è lavorare di più e guadagnare meno“.

Un padrone anomalo però, un sciur padrun antisindacale nel profondo, ma pare amato dai dipendenti. Rosaria Amato lo raccontava così su Repubblica nell’ottobre 2013: “L’uomo che inneggiava al fascismo, e che sbatteva le porte in faccia ai sindacati, ma che permetteva alle operaie di arrivare alle 8.45 perché prima dovevano accompagnare i figli a scuola, e di uscire alle 12.15 per andare a riprenderli. L’imprenditore che pagava le rate del mutuo ai suoi operai in difficoltà, anche se erano del Pci. E che ha sempre assunto un cuoco per la mensa, perché gli operai hanno diritto a un pasto decoroso». Non ha mai voluto fare gli spot: «La pubblicità è come la droga. Quando cominci sei costretto ad aumentare la dose“.

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