Robot Wars, l’assurda epopea dei gladiatori d’acciaio

Nascita e morte di Robot Wars, il programma televisivo più nerd di sempre

TV
di Mattia Nesto facebook 6 settembre 2016 11:01
Robot Wars, l’assurda epopea dei gladiatori d’acciaio

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Quello tedesco è il popolo degli ingegneri meccanici e dei visionari. Infatti solo e soltanto loro avrebbero potuto pensare di, letteralmente, prendere un intero edificio, l’altare di Zeus a Pergamo (antica città dell’Asia Minore, oggi in Turchia) e, nel 1886, trasportarlo, sezionandolo in tanti blocchetti numerati (i Lego sarebbero nati in Danimarca non troppi anni dopo, nel 1916) a Berlino, nell’apposito Pergamonmuseum.

Il cuore dell’Altare è la Gigantomachia, la terribile lotta tra dei e giganti per la conquista dell’Olimpo. A distanza di circa 1800 anni un programma televisivo ha combinato la visionarietà degli ingegneri meccanici tedeschi con la possanza delle gigantomachie greche, soltanto un poco aggiornate ai tempi correnti: quel programma era Robot Wars e su Italia 1 è arrivato nel 2000.

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Robot Wars è il classico show di intrattenimento per ragazzi dei tardi anni Novanta. Ovvero costruito su preesistenti modelli anglosassoni (che almeno dagli Ottanta avevano iniziato a proporre, specialmente nelle reti via cavo, questo genere di show), il programma nato in Inghilterra nel 1998, poi acquistato nel 2000 da Mediaset e trasmesso su Italia 1 aveva un andamento piuttosto semplice: fondamentalmente si trattava di una serie di sfide, alle volte “uno contro uno” alle volte “tutti contro tutti” (o, come forse i fan di “Super Smash Bros.” della Nintendo apprezzerebbero chiamare, una “rumble-arena”) in cui robot costruiti in casa si sfidavano in combattimenti “all’ultimo sangue”.

Questi robot da combattimento erano per lo più coraggiosi quanto incauti tentativi di mettere in piedi “macchine della morte”, rivitalizzando quella cultura e quell’immaginario, un po’ pop e tanto kitsch, dei film di fantascienza degli anni Settanta e, soprattutto, Ottanta. Eppure non tutti i tentativi erano tentativi amatoriali di basso livello. Alcuni robot, almeno agli occhi dei bambini e dei ragazzi di quegli anni, erano veri e propri capolavori di ingegneria meccanica tanto che su Internet si sprecano i siti che elencano, con grande precisione i dati tecnici, l’elenco delle armi e delle tecniche di combattimento (neppure fossimo di fronte a qualche maestro della Scuola della’ Croce del Sud) dei vari robot.

Alcuni di questi ce li ricordiamo ancora oggi. Come scordare infatti il temibile Hypno-Disc, una sorta di macchinina a quattro ruote a cui era collegata una enorme girella, che presentava delle, giustappunto, ipnotiche spire, che roteando a grande velocità, sezionando letteralmente in due i malcapitati avversari di turno. Oppure c’era Razer, un robot molto corazzato e veloce che aveva la caratteristica di possedere un enorme artiglio, molto simile a quello dei raptor di Jurassic Park con cui dilaniava le “vittime” di turno.

In realtà, andando a controllare bene nei siti e nei forum degli appassionati del programma, si può scoprire che i diversi combattimenti erano divisi per categoria, sulla scia del pugilato: c’erano i pesi piuma (robot dai 20 ai 40 kg), quelli medi (40-60 kg) e i pesi massimi (dai 60 agli, addirittura, 110 kg di peso) ma da ragazzi non si prestava troppa attenzione a queste divisioni. La versione italiana del programma, almeno per l’anno in cui venne trasmessa su Italia 1, era affidata a Marco Bellavia (lo “Steve” della serie tv “Kiss Me Licia”) e a Guido Bagatta.

Il momento centrale dello show era quando il robot o i robot di turno dovevano sfidare i cosiddetti “boss della casa”, ovvero macchine da guerra costruite appositamente da una serie di tecnici dello show e per questo particolarmente temibili. Ovviamente i robot casalinghi finivano regolarmente stritolati tra le grinfie di queste “spaventose” macchine. C’era, ad esempio, Matilda, una specie di “robot-triceratopo” (i dinosauri all’epoca erano molto, ma molto di moda) che aveva una pala sollevatrice anteriore ed una motosega, poi sostituita da un disco inerziale che scagliava gli avversari in aria per poi farli fracassare al suolo.

Ma non si può non citare anche Sergeant Bash un robot armato, addirittura, di lanciafiamme (sì, avete capito bene!) oppure Shunt, una specie di “bulldozer meccanico” ed infine il celebratissimo Dead Metal. Quando entrava nell’arena Dead Metal anche il bambino più pacifista ed animato dai più candidi sentimenti sul globo si sentiva ribollire il sangue. Si trattava infatti di un robot di 110 kg armato di due enormi chele con le quali bloccava l’avversario che poi veniva sollevato da terra per essere quindi finito da una possente sega circolare da 3000 giri al minuto posta sulla testa di Dead Metal. Insomma uno spettacolo fatto di scintille, fiammate improvvise e carcasse di robot lasciate senza alcuna pietà in mezzo ad un’arena.

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Il programma se nel breve non ebbe un grande successo (dopo sole due stagioni, nel 2002, venne spostato su La7, per la conduzione di Andrea Lucchetta e commento da Ugo Francica Nava per poi venire definitivamente cancellato) è rimasto nel cuore di tanti appassionati. Molti dei futuri ingegneri meccanici si sono innamorati della robotica, dell’idraulica e di tutte quelle branche molto “fisiche” delle scienze applicate anche per show come questi (ed anche per lo smontaggio/rimontaggio delle “mini 4WD”, modellini di macchine da corsa giapponesi diffusissime tra gli anni Novanta e Duemila). La visionarietà degli ingegneri meccanici berlinesi insomma e le mitiche lotte tra creature titaniche si possono fare anche con robot un po’ caserecci: l’importante, come si premuravano sempre di dire in coro Bagatta e Bellavia è“Don’t try this at home”, almeno che non siate capo-architetto al Pergamonmuseum.

 

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