Musica

Le canzoni del Festival di Sanremo senza l’orchestra obbligatoria sarebbero meno noiose?

Peppe Vessicchio, il direttore d’orchestra più iconico del Festival di Sanremo

 

Il cantautore romano, in questi anni di Sanremo, ha prediletto i cantautori a discapito dei fenomeni da talent e di questo non possiamo che ringraziarlo. Il guaio arriva quando vai ad ascoltare i pezzi tutti di fila e ti accorgi di quanto sbadigli dopo la terza canzone consecutiva che inizia col piano e una scala minore per poi aprirsi con l’orchestra nel ritornello.

 

 

 

I più giovani, il Festival di Sanremo l’hanno conosciuto proprio com’è ora, con i cantanti fermi al centro del palco e l’orchestra ad accompagnarli, ma non è stato sempre così. Negli anni ’80 le esibizioni erano in playback totale, come un Festivalbar qualunque, senza orchestra e senza la tipica stasi dei morituri sul palco. Una formula spesso agghiacciante che però ha portato sul palco canzoni strane, assurde, innovative, all’avanguardia.

 

 

Mettiamo le mani avanti: massimo rispetto per i musicisti professionisti che lavorano nell’orchestra di Sanremo, sono bravissimi, si fanno un culo quadrato e dovrebbero guadagnare sicuramente di più, tutti.  Fatto questo necessario preambolo, non sarebbe interessante se l’orchestra a Sanremo fosse un optional? Sanremo non sarebbe più interessante se non ci fosse questo bisogno di comporre canzoni sanremesi, con l’arrangiamento sanremese, che diventano famose solo la settimana del festival per poi sparire nelle ombre?

Ci potreste rispondere che l’orchestra è un insieme di strumenti capaci di arrangiamenti geniali, basti ricordare i Bluvertigo con L’assenzio nel 2001, che ormai sembra un secolo fa. Vero, ma per uno/due pezzi a Sanremo che sfruttano le possibilità dell’orchestra, quante ce ne sono che la usano per fare il compitino, appiattendo sonorità e brio?

 

 

Spesso le esibizioni di Sanremo risultano spente mentre quelle in studio, luogo in cui l’orchestra è facoltativa, sono più vitali. Difficile per l’hip hop, l’elettronica, le band che spingono, trovare un posto a Sanremo, luogo in cui nel 2018 la reunion delle Vibrazioni viene salutata come una cosa alternativa di rock chitarroso (cit. Favino). Difficile che a Sanremo possano presentarsi in gara cantautori abituati a comporre coi synth, band con un impianto ritmico new wave, voci accompagnate dalla sola chitarra o da qualunque strumento che non implichi le aperture orchestrali.

L’appiattimento della musica a Sanremo dipende spesso dagli arrangiamenti simili tra di loro e chi lavora nell’orchestra sanremese non potrebbe che essere d’accordo. Se l’orchestra fosse utilizzata alla stessa stregua di ogni altro insieme di strumenti, in modo del tutto facoltativo e solo per le canzoni che davvero ne hanno bisogno, la musica di Sanremo potrebbe essere ben più movimentata, diversificata, personalizzata.

 

 

Parlavamo di anni ’80: i Decibel di Enrico Ruggeri diventano famosi con Contessa, presentata al festival proprio nell’80: la sua struttura barocca funziona proprio perché  scarna, post punk, senza ridondanze. Nell’81 vince Alice con un pezzo suo, di Battiato e Giusto Pio, Per Elisa. Una metafora elegante per parlare dell’eroina, una voce bella e rigorosa su un impianto di chitarre elettriche, batterie elettroniche effettate e synth al posto dei violini. Nell’83 partecipano Al Bano e Romina con Felicità, il massimo del nazionalpopolare, eppure il pezzo funziona anche oggi perché sorretto da un tappeto di synth degni dei Moderat, da cui il famoso mash-up. Terra Promessa di Ramazzotti, Alberto Camerini, Loredana Bertè, gli esordienti Zucchero e Vasco Rossi, Garbo, i Righeira o Plastic Bertrand, fino ad Alberto Beltrami di Non ti drogare, tutti arrangiamenti che funzionano grazie alla scelta degli strumenti adatti.

 

Qual è la soluzione che ci può salvare dall’appiattimento dunque? Un direttore artistico che sappia scegliere canzoni belle sì, senza il vincolo del pezzo sanremese, lento, con l’orchestra. Che il Festival parli un po’ di più di cosa succede fuori dal Festival, che sia meno autoreferenziale e autocelebrativo, anche solo grazie ai suoni. Con un’orchestra bellissima e bravissima, valorizzata a dovere solo nei brani che la richiedono.

Simone Stefanini

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