Musica

La notte in cui Tom Petty morì due volte

Tom Petty, 1950 – 2017

 

Una storia destinata a farci riflettere sull’opportunità di stare sul pezzo sempre e comunque. Sono le 22 di lunedì 2 ottobre, si diffonde la notizia che Tom Petty sia morto d’infarto. Medscape, l’account Twitter che diffonde notizie mediche negli Stati Uniti ha già diramato l’annuncio, di seguito CBS dà la notizia, Wikipedia cambia l’intestazione della sua monografia e la news viene ripresa da tutti gli organi d’informazione.

Sui social, i necrologi e le testimonianze dei fan o di chi passa e partecipa al lutto, tutto nella norma quando si tratta di un musicista famoso che muore.

Verso la mezzanotte, l’account Twitter della polizia di Los Angeles fa sapere di non sapere niente a proposito della morte del cantante e di non essere coinvolta nell’indagine, scaricando la colpa su “qualche media”.

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Anche Medscape dirama un altro comunicato via Twitter, citando il tweet della polizia di LA e dicendo che l’infarto c’è stato ma Tom Petty sta lottando per la vita.

 

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Intanto, i media stanno già pubblicando i soliti articoli in cui i colleghi danno l’estremo saluto, playlist tematiche ed eulogie social, alimentando l’imbarazzante confusione che ha come tema la vita di un uomo, prima ancora di quella di un musicista famoso.

La figlia di Tom Petty, Annakim Violette se la prende col Rolling Stone, reo come tanti di aver tentato la scalata ai clic dando la notizia della morte del padre mentre egli era ancora in vita. “Mio padre non è morto ma la vostra rivista sì.”

 

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Purtroppo, martedì 3 ottobre, verso le 7 del mattino, il comunicato del manager dall’account ufficiale di Tom Petty ne annuncia la morte, definitivamente, e mette fine alle speculazioni mediatiche.

 

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“A nome della famiglia di Tom Petty, annunciamo distrutti la prematura scomparsa del nostro padre, marito, fratello, leader e amico Tom Petty”, si legge in una nota pubblicata sugli account social dell’artista dal suo manager Tony Dimitriades: “E’ stato colpito da un arresto cardiaco a Malibu nelle prime ore di questa mattina ed è stato portato all’Ucla Medical Center, dove ma non ha potuto essere rianimato. È morto in pace alle 8:40, ora di Los Angeles, circondato dalla famiglia, dai suoi compagni e dagli amici”.

 

 

Oltre al dolore dei fan, da questa vicenda escono particolari inquietanti sulla visione del lutto nell’era 3.0, in cui chi arriva 10 minuti dopo sulla notizia è perduto. È successo il pasticciaccio brutto che prima o poi ci avrebbe resi tutti ridicoli, a esternare i nostri ricordi e augurare il riposo eterno a una persona che ancora non è morta e che ha una famiglia e degli amici accanto, che lottano con lui per la sua sopravvivenza.

Potrebbe essere un buon momento per tentare una riflessione e cercare di vivere il lutto per un personaggio famoso in maniera meno frenetica. Anche se mediaticamente è una prassi consolidata, quella di far uscire playlist o gallerie di foto del morto fresco, potremmo aspettare l’ufficialità da parte della famiglia o degli organi preposti. Un gesto di rispetto che di sicuro non nuoce alla  bontà dell’articolo stesso, alla notizia, al pianto dei fan ma rispetta la dimensione umana  e privata della morte di un personaggio famoso, quella che alla fine conta sul serio.

 

 

Simone Stefanini

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