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Il pubblico indie è il peggiore

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“Io troppo piccolo tra tutta questa gente che c’è al mondo, io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai e ho corso in mezzo a prati bianchi di luna per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità, e giovane invecchiato mi son detto tu vedrai…”

Claudio Baglioni – “Strada facendo” (1981)

 

Del pubblico dell’indie, o del perché sia così tanto difficile crescere. Innanzitutto definiamo indie, che già vuol dire poco nell’accezione che gli diamo oggi. Riferito alla musica, che è ciò che ci interessa analizzare, sarebbe quell’insieme eterogeneo di artisti che fanno la gavetta, si autoproducono o escono con etichette indipendenti, da cui il nome. Rispondono personalmente sui social, hanno uno zoccolo durissimo di fan che li supportano dal giorno uno ma che sono pronti a cacare il cazzo ogni qual volta l’artista di turno voglia cambiare qualcosa del suo percorso. In realtà il pubblico indie si divide sostanzialmente in due grossi tronconi: i fan permalosi e gli alternativi.

I fan permalosi dell’indie

I fan permalosi dell’indie non sono neanche tanti, mettiamo 50mila in tutta Italia isole comprese, ma si fanno sentire come se fossero un miliardo. Una volta che il loro artista di riferimento prende la via della major, del mainstream, il Grande Spauracchio dell’Integralista Indie, apriti cielo: ingiurie, meme corrosivi, video parodie, offese ai familiari, minacce, arbitro cornuto, arbitro venduto.

È un problema solo loro, ma la bolla social lo fa sembrare più importante della relazione pericolosa tra Trump e il nord coreano belli capelli. Agli altri, il pubblico generalista, quello allargato che conta milioni di italiani, non gliene potrebbe fregare di meno se una canzone suona più o meno indipendente: la regola è “Se ho voglia di riascoltarla significa che mi piace”. Un’attitudine pura, senza il famoso corbello di cazzi e mazzi che regolarmente arriva con la recensione del pubblico indie. Tutti critici, manco avessero studiato Lester Bangs, Simon Reynolds, Piero Scaruffi o Selvaggia Lucarelli.

Per dirla alla Battiato, hanno il senso del possesso che fu prealessandrino (ve la spiego: il Romanzo di Alessandro  e il successivo Dolce Stil Novo hanno una poetica secondo cui l’altra persona viene vista come una divinità e amarla è struggersi, non possederla. Prima di quel poema invece l’amore è possesso, sudore, vendetta, fuoco nel fuoco). Una fan vorrebbe mai possedere Eros Ramazzotti? Nei suoi sogni certo, ma nella realtà già solo vederlo dal vivo è svenimento. Con Tommaso Paradiso è diverso: lui era uno di loro ed è volato in tv, nelle radio, ha la fidanzata, se la passa bene, fa sport, se la gode e questo non esiste proprio. Imperdonabile. Doveva rimanere con loro, se possibile nella sfiga.

Calcutta all’Arena di Verona? Lo Stato Sociale a Sanremo? Levante a X Factor? Motta al Primo Maggio? Cosmo su Radio DJ? Brunori su Sky? I Tre allegri ragazzi morti con Jovanotti? No, no, no, tradimento. Alla faccia del fatto che a uno gli piaccia suonare un po’ quello che gli pare, che ami conoscere nuovi artisti e fare qualche soldo. Che scelga di fare il musicista come un lavoro e non come portare la croce nella valle dell’eterna sofferenza del furgone nel club sperduto. Si possono fare entrambi i tipi di carriera, si possono scrivere tormentoni o suite da 14 minuti, il lavoro è lo stesso. Poi parliamoci chiaro, mettessero la stessa energia che riservano all’odio per ascoltare Sequoyah Tiger o Generic Animal, si potrebbe iniziare a capire l’astio, ma ciò, numeri alla mano, purtroppo non accade.

 

Gli alternativi

Il pubblico indie è fortemente conservatore, retromaniaco all’eccesso, per questo la famosa battuta “era meglio il demo”. Per ridirla alla Battiato (è oggettivamente un cantautore che scrive bene), il pubblico indie sembra avere il piacere di stare insieme solo per criticare. Oggi Gazzelle fa un bel pezzo? Idolo. Domani Gazzelle con lo stesso pezzo fa Sanremo Giovani? Venduto. Non parliamo poi degli Alternativi, quelli per cui la musica si è fermata dopo lo spegnimento dell’ultimo amplificatore di chitarra dei C.S.I.: per quelli non c’è redenzione possibile, una volta persa la componente alternativa, la musica di oggi è tutta merda.

Provate a spiegare a loro perché Sfera Ebbasta o Ghali (che non sono indie, piuttosto trap kings ma la morale è la stessa) siano diventati il vocabolario e il manuale d’espressione dei giovanissimi. Impossibile, totale chiusura. Per quanto Giovanni Lindo Ferretti chiedesse cortesemente di non farlo diventare un megafono, alla fine lo hanno fatto inceppare e si sono ingrippati con lui, come la frizione di una vecchia Panda. “L’autotune è una merda, i testi non dicono niente, si vestono da coglioni”. Bene, prendete una ragazzina di 13 anni e chiedetele di ascoltare il salmodiare di GLF: per lei ha la stessa valenza che può avere per un indie integralista l’autotune: nessuna. Non parla di lei, non dice niente della sua vita, i chitarroni non la scuotono. Lei ama i piattini della trap, ballare e i ragazzi con la voce digitale che parlano di come fare soldi facili, perché è nata con i genitori separati che le hanno fatto una capa tanta su come sarà difficile per lei la vita quando sarà adulta, con la crisi e tutto il resto. Lei non ha bisogno della musica filo PD per sapere che un tipo non si giudica dal colore della pelle, perché tra i suoi artisti italiani preferiti ce ne sono alcuni di seconda generazione che ce l’hanno fatta, e la sua classe delle medie è piena di ragazzini multietnici, viva dio.

Lei ama Coez che la ritiene bella che la musica non c’è, Carl Brave X Franco 126 che la volevano portare al Momart e invece si sono ubriacati insieme e ora vanno a zig zag. Immaginatevi un attimo quest’ultima scena scena, visti dal di fuori sembrano felici, quasi un aggiornamento dei due disperati Anna e Marco di Lucio Dalla, quindi alla fine, a voi, cosa ve ne viene in tasca di stare a giudicare?

 

 

 

Simone Stefanini

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