Dopo l’operazione militare statunitense che ha portato alla rimozione di Nicolas Maduro dal potere in Venezuela, l’ex presidente Donald Trump ha dettato la linea sulle nuove strategie energetiche e geopolitiche da adottare.
Tra le misure più controverse, la richiesta di una consegna immediata di una quantità stimata tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio venezuelano agli Stati Uniti. Questa mossa ha scatenato una forte reazione internazionale, in particolare da parte della Cina, principale acquirente del greggio venezuelano nel corso del 2025.
La richiesta di petrolio agli Stati Uniti e la reazione della Cina
Donald Trump ha annunciato tramite il suo canale Truth che le autorità di transizione venezuelane consegneranno agli Stati Uniti una considerevole quantità di petrolio di alta qualità, non soggetto a sanzioni. “Il petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e i ricavati saranno gestiti da me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, per assicurare che vengano utilizzati a beneficio sia del popolo venezuelano che degli Stati Uniti”, ha dichiarato Trump, sottolineando l’immediatezza dell’operazione.
Il piano è stato affidato al segretario all’Energia Chris Wright, incaricato di attuare senza indugio il trasporto del greggio tramite navi cisterna verso i terminali di scarico americani. Il progetto riflette la volontà statunitense di consolidare il proprio approvvigionamento energetico sfruttando le risorse venezuelane, un tempo dominio incontrastato di Maduro.
La dichiarazione di Trump ha provocato un’immediata e dura replica da parte di Pechino, che nel 2025 ha assorbito quasi il 90% del petrolio venezuelano. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha definito il Venezuela uno “Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali” e ha condannato la richiesta statunitense come una violazione del diritto internazionale.
“L’uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro il Venezuela e la pretesa di disporre delle sue risorse in base al principio ‘America First’ rappresentano un atto di prepotenza che mina la sovranità venezuelana”, ha aggiunto Mao Ning, denunciando anche le pressioni esercitate sull’amministrazione ad interim guidata da Delcy Rodríguez affinché interrompa i rapporti economici con altre potenze come Russia, Iran e Cuba.

L’incursione militare del 3 gennaio ha avuto un costo umano pesante, con stime ufficiali statunitensi che parlano di circa 75 vittime, tra cui forze di sicurezza venezuelane, cubane e civili. Il Pentagono ha confermato l’assenza di decessi tra i soldati americani, ma sette di loro sarebbero rimasti feriti. Dati ufficiali venezuelani, invece, parlano di un bilancio di 56 morti, compresi 24 soldati nazionali, mentre Cuba ha confermato la perdita di 32 membri delle proprie forze di sicurezza.
Delcy Rodríguez ha proclamato sette giorni di lutto nazionale per onorare le vittime, mentre il quadro regionale si fa sempre più complesso. In risposta alle crescenti tensioni, la presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha escluso categoricamente la possibilità di un intervento militare statunitense sul suolo messicano, definendola una “ipotesi molto lontana”.
Sheinbaum ha inoltre sottolineato l’importanza del dialogo e della cooperazione bilaterale tra Messico e Stati Uniti, ribadendo la necessità di una risposta basata sulla comunicazione e non sulla sottomissione. La presidente ha anche evidenziato la richiesta di reciprocità negli sforzi, in particolare per contrastare il traffico di armi verso sud e il riciclaggio di denaro.
“Non abbiamo bisogno di ingerenze esterne”, ha ammonito Sheinbaum, mettendo in guardia contro i rischi di sollecitare aiuti stranieri in un momento così delicato per la regione. Mentre il Sudamerica osserva con attenzione, la Casa Bianca sembra determinata a portare avanti la sua strategia di controllo sulle risorse venezuelane, innescando un confronto che rischia di allargarsi ben oltre i confini del paese sudamericano.

