Pochi giorni fa ha fatto il giro del mondo il discorso illuminato ed illuminante della presentatrice televisiva tedesca Anja Reschke, che durante il notiziario serale Norddeutcher Rundfunk ha lanciato un appello durissimo al pubblico, che non rimanga più silenzioso di fronte all’imbarbarimento sui social, di fronte al razzista, omofobo o sessista.
Facebook è in parte una fogna, in cui il paese reale tira l’acqua delle proprie frustrazioni, in cui le notizie passano di bocca in bocca senza alcun controllo della fonte, in cui si specula quanto possibile sulla vita e sulla dignità di milioni di persone pur di farsi grossi con i propri seguaci.
Il like è ciò che conta sopra tutto. Spararla sempre più grossa, in questi casi, è ciò che porta il like. Il pubblico crea il mostro e il mito, poi volta pagina come se niente fosse successo, dimenticando di aver scritto nefandezze assolute. Nel nostro paese, di aver augurato ad una ragazza di essere stuprata perché se ne va in giro in minigonna, ad un omosessuale di bruciare perché si è baciato in pubblico, ad un ragazzino di morire perché ha provato una pasticca, ad un extracomunitario di affondare nel mare o di essere spazzato via da una ruspa.
Anja dice una cosa semplice eppure toccante: solo pochi anni fa, per esprimere un pensiero razzista, omofobo, sessista o un’istigazione a delinquere, ci si barricava dietro uno pseudonimo. Oggi invece ci si mette la faccia, perché è sparita persino la vergogna.
Come ci si difende dai barbari? Certo, non con la violenza. Si mostrano, si fanno uscire allo scoperto, si segnalano, si fa in modo che questo benedetto pudore ritorni.
Bisogna posizionarsi contro.
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