Le più morbide riguardavano i dubbi sulla liceità di divulgare informazioni riservate e il fatto che – per alcuni – limitarsi a pubblicare documenti originali non sia vero giornalismo. Le più forti, invece, attaccavano direttamente Wikileaks e il suo rappresentante Julian Assange, arrestato poi a dicembre del 2010. In seguito alla pubblicazione dei cable sulla guerra in Iraq, Wikileaks finì definitivamente nel mirino di molti governi, tra cui quello statunitense.
Nel frattempo, rispetto a 12 mesi fa, la situazione del sito è molto cambiata: diversi esponenti storici di Wikileaks hanno abbandonato, nella maggior parte dei casi per scontri con il portavoce Julian Assange. Inoltre, molte testate, che inizialmente avevano dato spazio alle rivelazioni, hanno preso le distanze dopo la pubblicazione – avvenuta ai primi di settembre – di centinaia di migliaia di cable in versione integrale, cioè senza l’eliminazione di riferimenti a fonti e persone informate che, in questo modo, sarebbero potute essere messe in pericolo.
Anche sulla scia di questa esposizione mediatica, Wikileaks ha annunciato oggi di avere iniziato procedimenti legali nei confronti dei servizi bancari e di pagamento che l’hanno tagliata fuori.
Per farlo, ha rilanciato un filmato-parodia del celebre spot MasterCard, in cui viene quantificato in 15 milioni di dollari la perdita subita in questi mesi in cui Wikileaks è stato tagliato fuori.
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