Gli incredibili trip visuali anni ’70 di Sergio Sarri in mostra a Milano

Sergio Sarri, La doccia (The Shower), 1970, acrilico su tela, 120x140cm

 

Sergio Sarri è un – relativo… – segreto del mondo dell’arte contemporanea, a modo suo Sarri è un artista da iniziati, ed è lì il bello. La sua è una pop art anomala, che ha poco o nulla in comune con quella che negli anni sessanta si sviluppava a Roma, o a Milano. Sarri è diverso.

È un altro campionato e un altro sport, le sue opere non sono immediate, non sono giocose, anzi, più spesso – soprattutto quelle degli anni ’70 – sono spaventose, indecifrabili, diversissime da tutto quel che siamo stati abituati a considerare come archetipo pop dell’epoca. Mettetelo a fianco di Schifano, di Rotella, la distanza di immaginario è siderale.

Nato nel 1938 a Torino, cresciuto a Bologna, Sarri da ragazzo gira il mondo, poi torna in Italia, e ormai da tempo vive e lavora a Calice Ligure: dal 24 febbraio al 2 aprile avremo un’ottima occasione per conoscerlo meglio, visto che a Milano saranno esposte trenta sue tele di medio e grande formato, all’interno di una mostra antologica che ripercorre cinquanta anni di carriera dell’artista intitolata Sergio Sarri. Opere 1967 – 2017, a cura di Walter Guadagnini, in programma da Robilant + Voena, in via Fontana 16 a Milano, inaugurazione giovedì 23 febbraio alle 18.30.

 

Sergio Sarri, Studio per Belle de Jour (omaggio a Buñuel), 1985, acrilico su tela, 55x40cm

 

Piacerebbero di sicuro a Cronenberg o a Ballard le opere di Sarri, dipinti “glacialmente analitici, freddi nella loro precisione, esibiscono frammenti di corpi che fanno pensare a una visionarietà sadomasochista” e dove, scrive il curatore Walter Guadagnini “A ben vedere, i corpi (…) sono scomposti, agglomerati di carni che danno vita ad arti o teste indecifrabili, in parte coperti da strani elementi da immaginario fetish, in parte vestiti con banali abiti borghesi”. Quello di Sarri è un mondo parallelo allucinato, pieno di lame, ibridi tra uomo e macchina, arcobaleni, simbologie vagamente esoteriche, robot, tubi da idraulico, cinghie…

Quando gli chiedono come mai Sarri dipinga “la macchina”, o l’ibrido tra uomo e macchina, lui risponde: “Viviamo in un mondo tecnologico, e d’altra parte la nostra generazione ha ancora un bagaglio umanistico del quale è molto difficile liberarsi, come ha potuto fare la generazione successiva (…) Nel miei quadri risulta un pessimismo evidente, malgrado il quale tuttavia, e anzi proprio perché lo rappresento, spero in una estrema possibilità dell’uomo dl non soccombere“. Negli anni del deep learning delle macchine, le opere di Sarri sono profetiche.

 

Sergio Sarri, Studio con piccolo attrezzo sonda e schermo con figura, 1975, acrilici su tela, 80x60cm

 

E continua, in un dialogo sempre con Guadagnini spiegando che “in fondo il mio interesse nei confronti della tecnologia, delle macchine, è senza dubbio un modo per rimanere coinvolto nella vita reale anche facendo il pittore ed inventando mondi paralleli; non a caso sono un appassionato di fantascienza, il regista che amo di più è Stanley Kubrick, insieme a David Lynch“. Ha qualcosa di burroughsiano Sarri: se non lo conoscete ancora, questa è un’ottima occasione per.

Gabriele Ferraresi

Lavoratore intellettuale salariato

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Gabriele Ferraresi

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