La vicenda giudiziaria di Alessia Pifferi, condannata per la tragica morte della figlia di un anno e mezzo, continua a suscitare dibattiti e riflessioni profonde.
La recente decisione della Corte d’Assise d’Appello di Milano di ridurre la pena da ergastolo a 24 anni di reclusione ha acceso nuovamente i riflettori sul ruolo dei media nei processi penali e sugli effetti che un’ampia esposizione mediatica può avere sugli imputati.
Alessia Pifferi: la sentenza d’appello e le motivazioni della riduzione della pena
Nel novembre 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha emesso una sentenza che ha profondamente modificato il destino processuale di Alessia Pifferi, accusata di aver abbandonato la figlia a casa per sei giorni, causando la sua morte per denutrizione. I giudici hanno sottolineato come l’atteggiamento della donna durante il processo sia stato fortemente influenzato dal clamore mediatico, definito più volte come una vera e propria “lapidazione verbale” da parte degli organi di informazione.
La Corte ha evidenziato che questo continuo “processo mediatico” ha reso difficile mantenere un giudizio obiettivo, arrivando addirittura a trasformare la madre della Pifferi nella principale accusatrice, spinta dalla paura di essere anch’essa travolta dalla condanna sociale. Secondo i magistrati, questo contesto ha indubbiamente inciso sulla condotta processuale di Alessia, la quale non va interpretata come espressione di una “accentuata capacità a delinquere”, ma piuttosto come un comportamento in linea con una personalità fragile e deficitaria.
Tra i fattori che hanno convinto la Corte a ridurre la pena ci sono anche le attenuanti generiche riconosciute all’imputata. La sentenza fa riferimento a una personalità segnata da fragilità psicologiche, aggravate dalla condizione di isolamento sociale ed economico in cui Alessia Pifferi viveva. La donna, quarantenne al momento del fatto, non aveva precedenti penali e si trovava in una situazione di evidente difficoltà personale.
La Corte ha dunque ritenuto che le attenuanti generiche fossero pienamente applicabili, considerando il contesto umano e sociale dell’imputata, nonché l’effetto che il processo mediatico ha avuto sulla sua capacità difensiva e sul suo comportamento complessivo. Questo ha rappresentato un elemento chiave nel riconsiderare la gravità della condanna originaria.

Gli stessi giudici hanno definito il caso Pifferi come un esempio emblematico di “malvezzo contemporaneo” rappresentato dal processo mediatico, che trasforma la giustizia in uno spettacolo televisivo di intrattenimento. La presenza incessante e martellante dei media, con una copertura che ha spesso superato i limiti della correttezza giornalistica, ha influito in modo significativo sullo svolgimento del processo.
Questo fenomeno ha provocato “interferenze sul paradigma di assunzione delle prove” e ha modificato la percezione pubblica e giudiziaria dell’imputata. La metamorfosi comportamentale di Alessia Pifferi, come evidenziato dalla Corte, è stata una diretta conseguenza di tale pressione mediatica, che ha amplificato la sua condizione di isolamento e ha contribuito a un clima di giudizio sommario e pubblico.
Inoltre, il ruolo della madre di Alessia, inizialmente estranea e ora divenuta una figura accusatrice, dimostra come la paura di essere coinvolti nell’onda della condanna sociale possa portare a dinamiche familiari complesse e drammatiche.
Questa sentenza ha aperto un dibattito sul delicato equilibrio tra diritto di cronaca e diritto alla difesa, sottolineando la necessità di tutelare l’imparzialità della giustizia anche in casi di forte impatto emotivo e mediatico. Le riflessioni della Corte d’Assise d’Appello di Milano rappresentano un importante punto di riferimento per il futuro trattamento di casi simili, dove la pressione mediatica rischia di compromettere il regolare svolgimento del processo penale.
