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Deserto rosso, esplosioni nucleari e Antonioni: Don DeLillo alla Festa del Cinema di Roma

Don DeLillo a New York nel 2011

 

Zero K di Don DeLillo è stato il libro più atteso dell’anno: ora che è uscito per Einaudi ne scriveremo a breve. Intanto però sabato scorso non potevamo perderci DeLillo all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per una conversazione con Antonio Monda, il direttore artistico della Festa del Cinema di Roma.

Era forse l’evento più atteso del Festival, andato ovviamente sold out: del resto DeLillo è un po’ come Philip Roth, uno di quegli eterni Nobel per la Letteratura mancati, anche quest’anno vista l’inattesa assegnazione del premio a Bob Dylan. Probabile che la cosa non lo preoccupi molto: DeLillo è un autore che è già oltre qualunque riconoscimento per un’infinità di ragioni, e i suoi capolavori hanno già definito il canone del postmoderno, uno su tutti Underworld.

Non gliene importerà nulla del Nobel: giustamente, tra l’altro. Ma torniamo all’incontro. Niente foto, niente riprese, e DeLillo parte: ci offre il suo punto di vista sul cinema, e su un autore che più di altri ritiene letterario, Michelangelo Antonioni.

 

La copertina dell’edizione Simon & Schuster di Zero K

 

L’incontro si apre con la lettura di Porte e Muri, un testo di DeLillo su Deserto Rosso, da molti considerato il capolavoro di Antonioni. Anche DeLillo lo ama, e racconta: “In “Deserto Rosso” Antonioni dipinge il paesaggio desolato del mondo industriale, e nei primi istanti del film un canto solitario accompagna le immagini sfocate di uno stabilimento industriale. In questo potente paesaggio tossico si muovono una donna disturbata e un bambino. Sullo sfondo, nel grigiore, si stagliano vagoni cisterna e torri di raffreddamento. C’è un suppurare di melma e di fango”.

DeLillo ammalia il pubblico come probabilmente era rimasto ammaliato in prima persona, rapito dagli aspetti visivi del film, che a suo dire hanno poi influenzato la sua letteratura: “Negli anni ’60 ho visto i film di Antonioni a New York. È come se questo film facesse capire il senso del colore nel cinema. I dialoghi neanche me li ricordo, so che ci sono battute pretestuose ma non mi disturba più di tanto”.

Monda gli domanda se il cinema stia cambiando la letteratura, ed è una domanda talmente banale che probabilmente giusto per pietà o pigrizia DeLillo non glissa, dirigendosi a passo deciso verso l’uscita d’emergenza. Ma al contrario dirige verso di sé la domanda: “Il modo in cui scrivo ha assunto una forma grazie ad Antonioni, Fellini, Kurosawa. La letteratura vive in un mondo diverso rispetto al cinema, che assorbe da nuove forme di linguaggio, e contemporaneamente ne soffre. Penso ad esempio alle serie tv molto lunghe: ma anche se per un romanzo ci vuole molto tempo, anche anni, e ci sono ancora giovani che scrivono e pubblicano”.

DeLillo poi tocca il tema dell’ispirazione cinematografica e della violenza: “Malick con “La Rabbia Giovane” e Bonnie e Clyde, Francis Ford Coppola con “Il Padrino”, hanno creato film violenti di straordinaria bellezza, dove i protagonisti sparano a casaccio o sono boss mafiosi, ma il binomio bellezza e violenza non è prerogativa del cinema americano. Mi vengono in mente La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, che è italiano, e il cinema di Kurosawa, che è giapponese – e conclude – ricordo di aver visto in tv un test nucleare nel Pacifico, con la bomba all’idrogeno. Era difficile negare che quella energia fosse anche enormemente bella“.

Infine, la chiusa è sul primo ricordo cinematografico dello scrittore: “Mi ricordo un film sui Viaggi di Gulliver, ricordo che mia madre mi portava in braccio a casa dopo il film, avrò avuto due anni, abitavamo nel Bronx. Ma non sono sicuro sia successo davvero”.

Chiara Tripaldi

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