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Goblin Girl: io mi trovo meglio nella mia parentesi

Goblin Girl di Moa Romanova è un inno poetico e punk alla generazione dell’ansia.

La copertina di Goblin Girl

 

Quando ho terminato di leggere Goblin Girl di Moa Romanova, pubblicato in una bellissima edizione per Add Editore (lunga vita a questa casa editrice sempre attentissima nel scovare vere e proprie perle), mi sono sentito incompleto. Già perché, a meno che qualche esperto del settore non mi smentisca, a livello personale, non ho mai sofferto di attacchi di panico né ho mai sentito particolare per la pressione sociale. Anche in Svezia.  Riflettendoci bene, però, la protagonista di Goblin Girl mi ha insegnato qualcosa: ad avere paura, a sprofondare nel baratro di un cupio dissolvi senza fine, nel provare una stasi oceanica nei confronti di quanto il mondo là fuori, tutti i giorni, ci chiede e di fare e di interpretare. Ma come potevo capirlo io, prima, maschio cis caucasico, figlio unico, amato, ben voluto e rispettato, praticamente un imperatore a cui tutto è voluto?

Lo stile di Goblin Girl

Ecco Romanova nel suo eccezionale libro, che infatti le è valso il Premio Eisner nella narrativa straniera, mi ha portato fuori a bere e mi ha insegnato la vita, almeno un’altra vita. Una vita fatta di cuori palpitanti e sogni infranti, di brutti incontri, di loschi figuri, di amiche sincere e di gatti burberi. Una vita che era tanto lontana da me come quella di un nativo della Tasmania e che, tuttavia, l’autrice mi ha fatto sentire, dolorosamente, vicina.

L’inizio di Goblin Girl

Una storia del dolore e che nel dolore si nutre ma che, proprio per questo, non è triste ma, semplicemente, brutale e bellissima. Goblin Girl vive e cresce di contraddizioni, di conoscenze su Tinder, di difficoltà nel mondo del lavoro, dell’amore senza chiedere nulla in cambio di una madre. Una storia potente e tonante, che mi ha squassato da capo a piedi e che, forse, mi ha fatto capire quanto sia fortunato e, al tempo stesso, quanto io, come singolo individuo e, perché no, cittadino di questo pianeta, abbia la doverosa responsabilità di fare sì che le cose vadano meglio di così. Nel mio piccolo, certo, ma che è grande, grande almeno quanto l’imbarazzo quando uno ci prova con te e per farlo usa l’emoji della faccina arrossata, per molteplici volte, e poi chiude il messaggio con la scimmietta che si copre la bocca. Brividi no?

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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