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Sodoma, 1985: la seduzione dell’arte, la cicatrice della vita, la carezza del sogno

Con la raccolta di racconti Sodoma, 1985 Usamaru Furuya  ci mostra il lato più artistico della sua persona.

La copertina di Sodoma, 1985 di Usamaru Furuya

Se c’è una cosa che ci in tutti questi anni Usamaru Furuya è stato quello ad ogni opera di, al tempo stesso, farci sentire a casa e sorprenderci e anche in Sodoma, 1985 questi due sentimenti, apparentemente opposti e contrari, finiscono per assommarsi. La raccolta di racconti infatti, pubblicata da Coconino per Doku è infatti una sorta di galleria, o forse sarebbe meglio dire “escavazione dal di dentro” che Usamaru Furuya fa del suo io, del suo essere artista nel profondo, con tutta quella serie di suggestioni, perversioni e ossessioni che abbiamo avuto il piacere di scoprire nelle sue opere precedenti. Tuttavia se appunto nelle storie che affollano il volume, con protagonisti questi ragazzi delle medie o poco più grandi, assolutamente in piena “crisi” adolescenziale e per questo tanto attraenti quanto sono tormentati, si notano chiaramente le linee di continuità, ci sono anche degli stacchi netti rispetto alle opere precedenti. Si potrebbe asserire che Furuya, come egli stesso ricorda nella postfazione in fondo al volume, abbia voglia di fare i conti con la propria vita, arrivato alla soglia dei cinquant’anni, e per questo, nel racconto che dà il titolo all’intera raccolta, Sodoma, 1985, pur con tutte le “rivisitazioni d’autore” del caso, ci dona uno scampolo della propria biografia.

In questa storia vediamo il personaggio di Furuya (già si chiama esattamente come lo stesso autore) tormentato da una vita di provincia che lo fa sentire come prigioniero in mezzo alle montagne della sua infanzia e quindi inizia tutta una serie di peripezie, più o meno ardite, per fare in modo di uscire da quella campagna di vetro. Ma anche altre storie, come quella di sopraffazione, dominazione e violenza perturbante Adolescenti o anche la stessa Morte a Azabujuban sono tutte tappe che consentono di costruire il percorso artistico e personale di Furuya, una persona imbevuta di arte al cento per cento e che nel corso della propria vita è stato fortemente influenzato non solo dalle arti, cosiddette, visuali ma anche dalla musica, dal teatro e dal cinema.

Si delinea così un campionario emotivo e artistico dell’autore veramente “onesto e sincero”, quasi brutale nella sua esecuzione, esecuzione che, mi preme dirlo, anche nel tratto permette di notare bene l’evoluzione. Rispetto ad opere precedenti qui le ombre sono più armoniose e piene, c’è meno ricorso ad occhi strabuzzati e pose assurde, per abbracciare uno tratto più poetico e rilassato, ma che non per questo, di tanto in tanto, esplode in scene disturbanti e perturbanti allo stesso tempo. Per l’ennesima volta l’autore de La musica di Marie fa centro, consegnandoci una grande opera, unica nel panorama contemporaneo dei manga (e non solo). Inutile dirvi che ve la consiglio con tutto me stesso.

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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