Con le storie contenute in Sonnambulo, Adrian Tomine ci consegna un tassello dell’educazione sentimentale occidentale degli anni Novanta.
Consigliare di leggere Sonnambulo di Adrian Tomine, pubblicato in un bellissimo volume per Canicola, è un esercizio talmente superfluo che mi sento quasi in imbarazzo a farlo. Tuttavia di fronte a una simile opera letteraria, non ho paure a definirla tale, è importante, anzi necessario fare ordine. Sonnambulo è un’impalcatura narrativa che si regge attraverso due forze, uguali e opposte: il sesso come mezzo per la, possibile, conoscenza dell’altro e il linguaggio, il conversare, lo stare assieme come unico antidoto contro un’esistenza che tanto senso, in fondo, non ce l’ha. I personaggi delle, magnificenti e stordenti, storie di Tomine sono, infatti, quasi sempre giovani (con l’eccezione della “signora del panino”, che quando la leggerete non potrete andare avanti, almeno per quella giornata) con tutta la vita davanti e che proprio per tale potenza vitalistico si trovano quasi sempre in uno stallo: uno stallo emotivo, uno stallo lavorativo, uno stallo con la famiglia, etc.
In Sonnambulo questi stalli portano sì a delle inazioni che però sono sempre funzionali in primis alla narrativa e poi alle vicende stesse dei personaggi. Sono personaggi cronicamente tristi e solitari, che riflettono spesso sulla loro esistenza rinchiudendosi o in un “passato dorato” che non tornerà più (e che in larga misura è frutto solo della loro fantasia e di un ricordo distorto in positivo) oppure vogliono scendere dal grande carrozzone della vita e non fare nulla, non toccare nulla, non baciare nessuno, non fare l’amore con nessuna persona. Non crescere insomma. Ho trovato le storie contenute in questo volume poetiche e disperate, che risuonano dell’estetica (e in qualche caso anche delle canzoni, senza mai nominarle in maniera evidente) degli anni Novanta, quelli in cui c’era la divisione, molto netta e molto filosofica, tra musica “commerciale” e musica “indipendente”. Ora che le differenze si sono sdilinquite in un grande calderone indistinto, tornare su sonnambulo è un viaggio eccezionale. Adrian Tomine regala eleganza ad ogni pagina, con un’impostazione abbastanza rigorosa delle sue tavole, senza mai eccedere in gesti o espressioni esagerate ma che non fanno mai venire meno la carica emotiva delle vicende raccontate. Ho pianto, riso, mi ci sono rivisto in qualche figuro su pagina e ho ripensato spesso a qualche storia, come ad esempio a quella ragazza “massa nera di infelicità”, oppure quel ragazzo “che non voleva fare l’amore” oppure ancora a “quello scrittore che non può scrivere finché non vive qualcosa”. Questa è grande letteratura, disegnata e da vedere, anche.
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