Wolf Alice – Blue Weekend
Non c’è da essere sorpresi, nonostante la svolta impressa al proprio sound, non si può dire il terzo album dei Wolf Alice non sia figlio dei precedenti. Del resto, chi mai direbbe che la gallina è il parente più prossimo al tirannosauro sulla Terra? Il cambio è netto, ma le origini sono ben riscontrabili nelle venature sognanti che connotavano brani presenti in My Love is Cool(il loro primo disco) e Vision Of A Life (il disco con il quale si sono imposti al grande pubblico) come Turn to Dust o Planet Hunter. Gli assoli di chitarra, i riverberi, i suoni distorti non scompaiono improvvisamente, ma gli è stato messo il rallentatore. Il risultato, Blue Weekend, è un album che, più del post rock degli esordi, ricorda il dream pop dei connazionali Daughter, un lavoro sicuramente più raffinato e ragionato (parte del merito da attribuire a Markus Dravs, produttore dei Florence & The Machine) ma al contempo meno viscerale, con tutti i pregi e i difetti che questo nuovo mood può comportare. A voi i Wolf Alice come piacevano di più?
Marco Beltramelli
Pan Daijing – Jade 玉观音
Questa volta la selezione del disco della settimana non è stata tanto influenzata dal ritmo, dalla melodia quanto più dall’afflato artistico. E di afflato artistico nel lavoro di Pan Daijing ve n’è molto, così come moltissime sono le vibrazioni e le suggestioni che la sua musica (ma sarebbe più corretto dire le sue “installazioni sonico-artistiche”) dona\no a chi ci si avvicina. Chiaro che Metal, la nostra traccia preferita, non sia una canzone passabile alla radio, eppure, nonostante l’impegno previsto dall’ascolto, ne rimaniamo ammaliati. Il motivo è semplice: a monte c’è un’idea, intendere la musica come una qualsiasi forma d’arte, e quindi non come un fine ma come un mezzo per comunicare i propri pensieri che non deve necessariamente essere legato ad un testo quanto ad un suono. E scusate ma troviamo tutto questo (strano) e meraviglioso.
Mattia Nesto
Jaubi – Nafs of Peace
Jaubi è un quartetto pakistano, esattamente di Lahore, che suona una contaminazione di jazz e musica tradizionale, portando il significato del suono su un piano spirituale. Il senso del loro disco d’esordio Nafts of Peace è proprio quello del viaggio, con cui il Sè si purifica arrivando totalmente a contatto con Dio. In accompagnamento ci sono ospiti d’onore, che fanno crescere in modo enorme la qualità delle sessioni d’improvvisazione che compongono questo sette brani. A spiccare è senza dubbio il sassofonista Tenderlonious, che durante la traccia finale si lascia andare in un solo che sa molto di Coltrane. Nafts of Peace è l’atto di nascita di una nuova splendida realtà della musica mondiale.
Gabriele Vollaro
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