Musica

A Moon Shaped Pool dei Radiohead è un bellissimo lamento lungo undici tracce

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Nel 2011 avevamo tutti un account Facebook e Twitter, i social network erano parte fondante della comunicazione di un’impresa o di un sito, ma in questi cinque anni la loro importanza è cresciuta a dismisura, al punto da diventare non un mezzo per diffondere contenuti, ma la destinazione finale dei contenuti stessi.

Il 2011 è l’anno in cui è uscito l’ultimo album dei Radiohead, The King of Limbs. Allora, l’annuncio arrivò pochi giorni prima della pubblicazione, facendo comunque parlare per la volontà di distaccarsi dalle logiche promozionali tipiche della discografia e bla bla bla. Tutto vero, ma tutto da rifare in occasione del nuovo album, perché negli anni i Radiohead si sono distinti con strategie sempre diverse e laterali: basti pensare al download con formula pay-what-you-want di In Rainbows, che ha fatto la fortuna di accademici e pensatori musicali, pronti a scrivere saggi con le keyword “rivoluzione”, “paradigma” e “avantissimo”.

 

Da qualche tempo si parlava di un nuovo album della band di Thom Yorke, un lavoro in grado di sostenere il live da super-headliner al Primavera di Barcellona e nell’arco di una settimana siamo passati dall’eliminazione totale della presenza della band sui social network al download di A Moon Shaped Pool. Dai punti di domanda per la strategia, all’esaltazione per il bellissimo video di Paul Thomas Anderson, passando per millemila analisi e disanime di quanto stava accadendo.

Dopo tutte le chiacchiere però, quello che conta è che adesso il disco è qui: può essere scaricato dal sito ufficiale, oppure ascoltato su Apple Music e Tidal. Basta un primo ascolto per capire che si tratta dell’album più aperto dai tempi di OK Computer. Oh, stiamo pur sempre parlando dei Radiohead, non di Adele. Non aspettatevi ballatone clamorose o ritornelli da mandare a memoria. A Moon Shaped Pool è un lunghissimo lamento di Thom Yorke, sostenuto da musiche che giocano a farsi notare il meno possibile. È un album tristissimo e per niente pacificato, che sfida l’ascoltatore a mettere in gioco le proprie emozioni, lasciandosi trascinare da questo mantra senza fine che Yorke riesce a salmodiare lungo tutte le undici tracce.

Potrebbe sembrare una descrizione negativa, poco lusinghiera, ma non lo è: il nuovo album dei Radiohead è bello, a tratti bellissimo (il secondo “singolo” Daydreaming, ad esempio). È la cosa più pop che i Radiohead avrebbero potuto fare, ovvero dei pezzi che sono canzoni e non sperimentazioni. Va bene così, va benissimo così.

Marco Villa

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