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Donald Trump è il Berlusconi americano?

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La politica statunitense è complicata da capire in Europa, ma facciamo uno sforzo: negli Stati Uniti a novembre si voterà per il nuovo Presidente, dato che Barack Obama è giunto al termine del secondo mandato e non può ricandidarsi. Semplificando molto da quelle parti le elezioni primarie per scegliere i leader dei due schieramenti – il Partito Democratico e il Partito Repubblicano – che si sfideranno per la Casa Bianca cominciano molto presto, e soprattutto sono una cosa un po’ più seria di quanto lo siano dalle nostre parti.

All’interno di queste primarie c’è una cosa che si chiama Super Tuesday, Super Martedì, in questo caso: martedì 1° marzo, oggi, in cui molti stati andranno alle urne per scegliere i delegati che alle convention di partito voteranno il futuro candidato alla presidenza. Lo faranno sia democratici che repubblicani, ma i democratici lo sappiamo, saranno anche gente ok, brave persone, salutano sempre, eccetera. Però che noia.

 

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Per i democratici c’è Hillary Clinton contro Bernie Sanders – uno che ha incassato anche il supporto di Emily Ratajkowski – ma hanno un problema, non sono belli da raccontare, quindi li ignoreremo. I cattivi invece sono più divertenti, e tra i cattivi il villain migliore è sicuramente Donald Trump, uno dei candidati alla presidenza del Partito Repubblicano.

Per chi non lo conoscesse, Trump è un miliardario che si è trovato la tavola molto ben apparecchiata: il padre era un importante costruttore edile: e anche se ci piacerebbe molto, non è del tutto vero che il figlio abbia sperperato la fortuna del padre. Si è poi arricchito costruendo di tutto, grattacieli, palazzi, campi da golf, e soprattutto gettando nel corso degli anni le fondamenta di un’immagine da vincente ad usum della classe media.

È una specie di Silvio Berlusconi sotto steroidi, anche lui ha qualche problema con la legge per questioni di tasse, ma con l’IRS, l’Agenzia delle Entrate statunitense. Con il tycoon di Arcore condivide la stessa ossessione per la capigliatura: Trump però è potenziato col gene Briatore, e proprio Briatore ha condotto in Italia il format The Apprentice, che in US ha condotto Trump tra il 2006 e il 2015. Infine è anche un bel po’ razzista e di sicuro meno simpatico del Cavaliere, sempre per dare coordinate che in Italia siano riconoscibili.

 

 

Dicevamo: decisamente più di destra e assolutamente impresentabile Trump quindi, abilissimo a usare i media a suo vantaggio e con un’opinione di sé napoleonica, è partito da outsider totale per poi risalire la china, e diventare tra i papabili per sfidare il Partito Democratico alle elezioni del prossimo novembre.

Sottovalutato da tutti, soprattutto dal suo stesso partito, che ora si trova a fronteggiare l’ipotesi di spingersi troppo a destra per buona parte del suo bacino elettorale.

È interessante notare come oltreoceano il confronto tra Donald Trump e Silvio Berlusconi sia già venuto in mente a parecchi, e si rivedano gli stessi meccanismi di difesa della stampa che abbiamo visto nel ventennio berlusconiano. Si legge qualcosa su DailyBeast, dove i due sono addirittura “separati alla nascita”, o sul New York Times, dove viene anche proposto un giochino tra “questi due pagliacci” – questo suggerisce l’impaginazione a base di faccette buffe scontornate – della politica ai lati opposti dell’Oceano Atlantico.

Anche in Italia, per esempio su La Stampa, viene proposto un confronto tra i due, e tra le righe si legge “Cari americani che ci avete fatto la lezioncina per decenni, adesso tocca a voi“. Speriamo per loro di no.

Tre motivi per non augurare Trump a nessuno? Ce ne sarebbero decine. Il primo: dobbiamo toglierci dalla testa che il razzismo possa essere un valido elemento per vincere un’elezione, e Trump in tema ha dato il peggio. Dalla follia del muro lungo il confine del Messico, agli insulti agli immigrati messicani, definiti “stupratori e criminali”. Il secondo: uno che prende per il culo i disabili non lo vorrei nemmeno a presiedere la mia assemblea di condominio, figuriamoci gli Stati Uniti. Terzo? Trump è un american fascist. E i fascisti, un po’ a qualunque latitudine, non vanno bene, mai.

Gabriele Ferraresi

Lavoratore intellettuale salariato

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