La prima frase in italiano di cui abbiamo testimonianza contiene una parolaccia

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Durante gli anni delle medie ma più facilmente delle superiori professoresse e professori ci hanno raccontato che l’italiano è nato, a seguito di numerosi modificazioni e processo storico-linguistici, da una sorta di corruzione del latino che, attraverso l’operato in primis di Dante, Petrarca e Boccaccio, è diventato una lingua fatta e finita. Descritto come volgare da Dante nella sua opera “De vulgari eloquentia” l’italiano, sostanzialmente, sin dai suoi primi vagiti è sempre stata contraddistinto, almeno secondo la versione scolastica, da una natura prettamente intellettuale e letteraria. In realtà, per citare l’Andreotti di Sorrentino, “la situazione era un po’ più complessa”.

 

 

Presso la Basilica di San Clemente in Roma è infatti ancora visibile un’iscrizione in volgare italiano, risalente al IX secolo d.C. che, avendo più di 1.000 anni, è, a tutti gli effetti, la prima frase di senso compiuto in italiano. E di che tipo di frase si tratta? Forse una delicata dichiarazione d’amore a qualche donzella dal cuore angelico? Magari una preghiera di benevolenza verso l’Altissimo? Oppure una malcelata speranza in qualche imperatore o re di turno? Neanche per sogno. La prima frase in italiano è, ovviamente, una parolaccia.

 

 

Conosciuta come Iscrizione di San Clemente e Sisinnio, la frase, direttamente tratta dalla Passio Sancti Clementis, vede per protagonista Sisinnio, un signore del tempo che se la prende con due suoi schiavi colpevoli, invece di trascinare il corpo di San Clemente, di trasportare una pesante colonna, senza neppure accorgersene.

 

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Il testo recita:

Sisinium: “Fili de le pute, traite
Gosmarium: “Albertel, trai
Albertellus: “Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!
Sanctus Clemens: “Duritiam cordis vestris, saxa traere meruistis“.

La traduzione sarebbe:

Sisinnio: “Figli di puttana, tirate!
Gosmario: “Albertello, tira!
Albertello: “Carboncello, fai leva contro il palo!
San Clemente: “A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi“.

Insomma la prima testimonianza di quelle che sarebbe stata definita come la “sublime lingua cortese” è niente di meno che uno scambio di battute triviali che sembra direttamente tratto da una commedia trash di Bombolo o di Alvaro Vitali.

Questo è l’ennesima testimonianza (un po’ sulla stregua della traduzione sui generis della poesia “Rosa fresca aulentissima” di Cielo D’Alcamo proposta da Dario Fo nel suo celeberrimo spettacolo Mistero Buffo, tra interamente disponibile su Youtube come si legge in questo articolo ) di come la lingua italiana, lontana anni luce dall’idea stereotipa e cristallizzata che la ricerca accademica ci ha consegnato, fosse, sin dagli albori, una lingua vivida, popolare e palpitante. E ora saremo pronti ad ospitare nelle antologie scolastiche anche un soave monologo di Christian De Sica.

 

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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