Dopo averci pensato per un giorno intero, ho deciso che non guarderò il video della decapitazione di James Foley, il giornalista statunitense rapito quasi due anni fa in Siria e ucciso il 19 agosto dai terroristi dell’IS.
Non è per una questione istintiva, di rigetto. Non è per non voler riprovare le sensazioni vissute guardando il video della decapitazione di Nick Berg, sensazioni fisiche provate durante la visione e durate a lungo. Ai tempi, parliamo di dieci anni fa esatti, la ricerca e il download del filmato richiesero tempo, segno che la volontà di vederlo era forte. Oggi bastano dieci secondi per trovare il video, ma la decisione di cercare e cliccare play ha un significato molto più grande.
Cercare e guardare il video significa esaudire il desiderio degli assassini di Foley. Significa accettare lo schema imposto dall’IS, fatto di orrore che deve essere visto per essere compreso. No, non è così. Una volta visto, l’orrore non viene elaborato (non può essere elaborato), ma lavora sottotraccia creando rabbia. Lo stesso sentimento che di solito osserviamo da lontano mentre viene vomitato nei commenti ad articoli di giornale e che va a formare un sentire collettivo che si autoalimenta, perché la rabbia porta solo ad altra rabbia.
L’aumento del rancore è esattamente quello che i membri dell’IS si propongono di ottenere. Guardare il video è stare al loro gioco e far entrare in ognuno di noi immagini e sensazioni lontanissime dal nostro vivere comune e in grado di intaccarlo nel profondo. E quel vivere comune è il vero, unico obiettivo finale dei terroristi dell’IS. Rifiutarsi di guardare il video della decapitazione di James Foley non vuol dire girare lo sguardo altrove. Vuol dire provare a fare la propria – piccolissima – parte.
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