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Asteroid City: Wes Anderson punta alle stelle, i bolliti siete voi

 

Asteroid City, il nuovo film di Wes Anderson, è una tappa importante per il cineasta americana. Oltre che un gran film.

Asteroid City, il nuovo film di Wes Anderson, è una tappa importante per il cineasta americana. Oltre che un gran film, non perfetto, ma un gran film. Al massimo i bolliti siete voi. Perdonate il poco politicamente corretto ma dopo numerose recensioni, articoli e video approfondimenti che hanno tentato di decretare l’inesorabile fine di Wes Anderson come regista pieno di guizzi e creatività, bollandolo come un mero manierista (come se poi tale parola, dal punto di vista della Storia dell’Arte, potesse suonare come un insulto ma vabbè) e quindi ho voluto “toccare con mano” l’ultima opera del cineasta americana. Asteroid City, il Notturno Americano nel deserto, sorta di ideale punto di incontro tra Mars Attacks, Truffaut e una puntata di Willie Il Coyote dei Looney Tubes a mio avviso è l’ennesima stella che si aggiunge a una costellazione luminosa e brillante di Anderson.

Il film è diviso in tre atti ed è a sua volta tripartito in altrettanti piani di lettura. Il primo è dedicato allo scrittore che si occupa della sceneggiatura e della realizzazione della commedia teatrale Asteroid City, momento segnato dal bianco e nero e dallo schermo a tre quarti,  poi c’è la messa in scena vera e propria, indicata dall’utilizzo del colore e dal cinemascope e infine il combinato disposto dei precedenti, come quando un personaggio in scena apre una porta per entrare dietro le quinte o come quando un altro personaggio esclama: “Oh, non dovevo essere inquadrato, questa non è la mia scena”.

Poi c’è un lavoro stupefacente su tutta una serie di grandi attrici e attori che danno grande sfoggio di se, un’attenzione particolare per i dialoghi, molto distanti dall’inconcludenza di The French Dispatch ma tutti quanti funzionali alla trama e un modo di trattare/mettere in scena bambini e adolescenti come se ne vedono pochi, oggigiorno, ad Hollywood e dintorni. Poi una serie di citazioni, sempre elegantissimi, ad altro film, come Mars Attacks (ascoltate bene!) e tanta, anzi tantissima, fantasia al potere, con prese per i fondelli per il potere, il Governo degli Stati Uniti e il suo esercito costanti e molto divertenti. Le musiche, come da tradizione, sono sempre perfette.

Certo, poi il film presenta dei difetti, evidenti, nella sua costruzione, non tanto perché appunto sezionata ma perché alcune di queste parti non funzionano correttamente e rendono un po’ troppo faticoso il suo scorrere, ma ad avercene di “errori” così. Basta, per dire, una certa scena di puro dialogo sotto la neve a Broadway per valere il prezzo del biglietto e che bello ammirare Scarlett Johansson in quel ruolo, da attrice “maledetta”  tour court così come ho amato particolarmente le scene nella scuola per giovani attori.

Insomma, mi pare tutto ciò bastevole per respingere le critiche di “Wes Anderson regista solo estetico e hipster suo malgrado”. Wes non solo è uno dei pochi che ha una firma sua e soltanto sua ma che, e con Asteroid City lo fa vedere benissimo, arrivato al suo undicesimo film sta evolvendo e modificando la sua poetica. Chi non se accorge, probabilmente, è bollito. Noi preferiamo guardare alle stelle, intanto.

 

 

Mattia Nesto

Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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