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Due scatole dimenticate – Il lascito postumo della più grande documentarista italiana

Lo scorso 7 marzo Rai 1 ha mandato in onda in prima visione assoluta Due scatole dimenticate. Un viaggio in Vietnam, l’ultimo documentario realizzato da Cecilia Mangini, a poco più di un mese dalla sua scomparsa, all’alba della Giornata internazionale dei diritti della donna, un importante omaggio a colei che è stata la prima, e probabilmente la più grande, documentarista italiana. Un film politematico, fatto di foto e parole, stratificato e importante come la persona che è stata la Mangini nella storia culturale del Novecento, e anche oltre.

Le tapparelle vengono tirate su dalla regista stessa. Ora le immagini possono iniziare a parlare. Da due scatoloni recuperati da un punto dimenticato della casa appaiono centinaia di scatti risalenti al 1965, quando Cecilia si trovava in Vietnam insieme a Lino Del Fra per un sopralluogo: avrebbero dovuto girare un film sulla resistenza del popolo vietnamita che poi non vedrà mai la luce poiché i due reporter dovettero lasciare Hanoi dopo tre soli mesi a causa delle offensive sempre più aspre condotte dai bombardieri statunitensi. Riesumare tutto questo materiale diventa il pretesto per riportare a galla ciò che era intrappolato nella voragine del passato, tutti i volti che non servono a vedere il corso generale della storia,ma che sono in grado di restituirci pezzi di vita, che nel racconto si intrecciano facendoci sentire più partecipi.

In Vietnam si poteva percepire la lontananza da casa anche per un fattore olfattivo. Le prime foto trasportano l’aria e il suo odore a tratti speziato, completamente diverso da quello dell’Italia. Tuttavia talvolta, astraendo i soggetti ritratti, sembrava di poterli ricollocare nelle strade europee. Negli amanti che si danno la mano, presi furtivamente sia di spalle che di fronte, sembra regnare una tranquillità serena. La guerra pare lontana, nonostante lui vesta la divisa, e lo schienale della panchina su cui siedono sia palesemente sfondato. Finito il loro momento d’amore, tra un’ora potrebbero dover fare i conti con un attacco aereo. Ma questo la foto non ce lo può dire.

Cecilia Mangini al IFFR 2020 – Ph Vera de Kok

Nella parte centrale del film arrivano i bambini. Bambini che nella loro infanzia hanno dovuto subire le follie colonialiste dei francesi, imparando a memoria frasi come “i nostri antenati sono i Galli”. Mangini li trovava sempre e comunque intenti a giocare, sui marciapiedi o in cima ai rifugi collettivi, a far la lotta in momenti quasi rituali, accompagnati da suonatori di tamburi, o nell’atto di  disegnare sui muri aerei e bombe. Le si ammassavano intorno quando la vedevano, affascinati dall’oggetto magico che teneva in mano. “Regalare a ogni bambino vietnamita una macchina fotografica potrebbe essere un’iniziativa socialista”. In questo modo avrebbero potuto raffigurare loro stessi quello che era importante, sprigionando la propria “forza multipla”. Venivano interrotti soltanto dalla sirena, segnale che bisognava correre a rifugiarsi.

Tutto il paese era in guerra. Le donne non erano escluse, e forse erano più impegnate degli uomini stessi. Uno dei loro compiti fondamentali era sparare agli aerei americani, cercando di colpire il serbatoio. Recatasi da un gruppo di operaie tessili per fare alcuni scatti, la Mangini si sentì rispondere che certo, si sarebbero lasciate fotografare, ma in abiti più eleganti. Tornate dopo essersi cambiate, le donne erano in divisa militare, fucile compreso. L’essere combattenti era il segnale d’eleganza, e la garanzia che il Vietnam sarebbe stato libero veniva direttamente da loro. “Era un popolo che non si piegava, affrontavano la durezza del combattimento con serenità”. E alla fine la guerra l’hanno vinta.

Due scatole dimenticate è l’ultima rincorsa che Cecilia Mangini ci ha offerto prima di congedarsi per sempre da noi. “Io non dico chi sono io, lo pensino gli altri”. Questa frase, pronunciata all’inizio della pellicola suona come l’ennesimo lascito della sua saggezza storica e politica.  In questi 58 minuti la vediamo sconfortarsi, lanciare invettive contro l’obbligo di ricordare, appassionarsi un’ultima volta alla storia da raccontarci. Ovviamente una storia di resistenza. È stato un piacere Cecilia, a presto.

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