In breve: finché ci sono palazzi, ci passiamo attraverso.
Man of Steel è un film che ha la rara capacità di prendere una scena e ripeterla per un numero altissimo di volte. Conta poco chi ci sia di fronte: l’amico Superman lo prende, ci si scazzotta e poi parte velocissimo lungo un binario invisibile che passa puntualmente attraverso tutti i palazzi dell’hinterland circostante. Su internet in tanti si sono divertiti a calcolare il numero di morti causati dalla bella faida kriptoniana tra il figlio di Jor El e il generale Zod, ma la vera verità è che un film come Man of Steel deve stare lontano solo da un elemento: la noia. E invece in quella noia ci si sguazza e ci si spiaggia per gran parte del film.
E questa è una pessima notizia.
Sullo sfondo: una Lois Lane di rara inutilità, un Jor El più invasivo della graffetta/assistente di Office dei tempi che furono e una serie di comprimari (i colleghi di Lois) che dovrebbero suscitarci empatia, ma la cui vita in pericolo suscita lo stesso interesse di un’amichevole estiva Cesena-Taranto.
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