L’impatto con il Festival, sette anni dopo l’ultima volta, non è straniante. A parte la sostituzione del baracchino degli spritz con un bar lounge super-pettinato, ovvio. Tutto è rimasto più o meno uguale, giusto qualche controllo in più ai varchi. Fine, non mi metto a fare confronti: non hanno senso e non interessano a nessuno. Solo una cosa: il Gran Viale del red carpet me lo ricordavo parecchio più affollato e vivo. Ma parecchio.
Ricordi annebbiati, probabilmente, perché le sale sono piene, gli accreditati quasi 7.000 e il Presidente Baratta informa che il numero di biglietti staccati dovrebbe arrivare vicino ai 23mila.
Sono rimasto al Festival due giorni, durante il primo weekend. Film visti 8 e mezzo, nel senso che Die Andere Heimat vale quasi per due. Il bilancio è buono. Un film brutto brutto brutto (The Canyons di Paul Schrader, leggi la recensione); un film del tutto inutile (Parkland di Peter Landesman leggi la recensione), un film che tragicamente mediocre (Child of God di James Franco, leggi la recensione); Poi un buon film, per molti un capolavoro (Philomena di Stephen Frears, leggi la recensione); un film difficile da introiettare al primo passaggio (Tom a la ferme di Xavier Dolan). E infine un film bello e cattivo sull’Italia (Piccola Patria di Alessandro Rossetto, leggi la recensione) e un mezzo capolavoro che è una mazzata emotiva infinita (Miss Violence di Alexandros Avranas, leggi la recensione). Totalmente fuori da ogni cateogoria, Die Andere Heimat (leggi la recensione), quattro ore di racconto perfetto e preciso, con cui Edgar Reitz mette la parola fine alla saga di Heimat.
Due giorni, otto film, tre bellissimi. E’ andata di lusso.
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