Alla fine è successo: lo street artist inglese più famoso e più misterioso del mondo, Banksy, è andato a Gaza a dire la sua sul conflitto israelo-palestinese. Quale sia realmente l’identità di Banksy, nessuno lo sa. Se sia uno o più persone, se sia realmente un vendicatore mascherato oppure una equipe sponsorizzata, non è stato sapere. Certo, le sue provocazioni sono ormai talmente celebri da farlo diventare l’Andy Warhol del nuovo millennio. Strano che non avesse ancora detto fermamente la propria sulla guerra più controversa dell’era moderna. Finalmente si è espresso, a suo modo, per metafore simboliche, per arte visiva a contatto con le macerie di un paese distrutto.
Sul suo sito è apparso questo video, che richiama ai tipici clip turistici, con un esito ben diverso. Nel video, Banksy spiega come la città palestinese di Gaza sia una prigione a cielo aperto, nella quale i cittadini sono ostaggio dell’esercito israeliano he distrugge le loro abitazioni e non permette loro di ricostruirle, che fa vivere la popolazione tra macerie, paura e morte.
Con i suoi quattro graffiti, dice più di mille parole e mette la sua fama a disposizione della causa palestinese , certamente la fazione più indifesa del conflitto, per criticare l’apatia del mondo esterno, dei governi e dei media che appoggiano una guerra che continua da decenni e che sembra non aver mai fine. Queste immagini sono davvero toccanti:
“Un uomo del posto è venuto da me e mi ha domandato ‘Scusa, cosa significa?’ Io gli ho spiegato che avrei voluto mostrare la distruzione di Gaza postando foto sul mio sito, ma su internet la gente guarda solo foto di gattini.”
“Gaza è spesso chiamata ‘la più grande prigione a cielo aperto’ perché a nessuno è permesso di entrare o uscire. La comparazione però è un po’ troppo severa: alle prigioni non tolgono l’acqua e l’elettricità a caso ogni giorno.”
“Se ce ne laviamo le mani del conflitto tra i potenti e più deboli, noi appoggiamo i potenti, non rimaniamo neutrali.”
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