Art
di Simone Stefanini 9 Giugno 2017

Lo spettacolo per un solo spettatore è il teatro come non l’avete mai visto

In Contemplazione di Ismene, ogni messa in scena è visibile da un solo spettatore, che segue l’attrice nel suo percorso

 

Contemplazione di Ismene è liberamente ispirato a “Ismene” contenuto nella raccolta “Quarta dimensione” del poeta greco Jannis Ritsos. Il testo di Ritsos non è scritto per il teatro, per cui di Ritsos mantiene la struttura dell’azione e alcune parole, insieme ad altre, di Emily Dickinson.

Ismene è sopravvissuta a se stessa e si è fatta mito, congelata nell’istante della colpa come i dannati danteschi. La sua condizione è sopravvivere ed essere presente per ricordare a sé e al visitatore che nella materia non si esaurisce ogni cosa. Questo è ciò che è scritto sul comunicato stampa, ma la cosa che più ci ha colpito è “il visitatore”. Sì perché la grande peculiarità di questo spettacolo creato da Andrea Lanza con la collaborazione di Elena De Carolis, che interpreta Ismene, è proprio il fatto che ogni replica viene svolta per uno spettatore solo, che segue l’attrice e che vive con lei l’esperienza del personaggio.

Abbiamo chiesto a Elena De Carolis di parlarci più approfonditamente del progetto e non solo.

 

Foto © Andrea De Rose  Foto © Andrea De Rose

 

Com’è nato lo spettacolo?
Da molto tempo sono affascinata dal mito di Antigone, sin dai tempi del liceo. Negli anni sempre di più mi ha affascinato però la sorella di Antigone, Ismene. Lei che non ha avuto la forza di fare un gesto eroico come la sorella, lei attaccata alla vita più che agli ideali, lei che dopo questa scelta è rimasta sola, una sopravvissuta. Ismene mi è sempre sembrata molto più vicina a me, a noi persone “normali”, e nella sua figura leggo tutto il dramma di essere semplicemente uomini, la nostra fragilità, le nostre paure, il nostro attaccamento alla vita.

Mi sembra di aver capito che è uno spettacolo piuttosto singolare
“Contemplazione di Ismene” è uno spettacolo particolare, per un solo spettatore alla volta, site specific. E’ molto intimo, vive dell’energia e della presenza dello specifico spettatore sostanziandosi anche dell’esperienza che egli compie all’interno del luogo. Il confronto con un pubblico molto eterogeneo, nell’arco di 90 repliche, ci ha fatto capire che lo spettacolo, pur nella sua particolarità, è adatto a ogni tipo di pubblico, perché si relaziona a ogni singolo spettatore e alla sua sensibilità.

Che significa Site specific?
Di base si adatta e vive nel luogo in cui viene rappresentato. Lo spettacolo si compie in luoghi non teatrali. A Milano lo spazio della rappresentazione era uno stanzone nel complesso ex industriale della Fabbrica del Vapore, a Novi Ligure è stato rappresentato nelle stanze di un palazzo del Seicento, e ora, a Castiglioncello nelle stanze del Castello Pasquini.

Qualche spoiler su cosa succede all’interno dei luoghi?
Non posso dirlo, bisogna venire e vivere l’esperienza.

 

Foto © Andrea De Rose  Foto © Andrea De Rose

 

Siamo nell’epoca della massima documentazione, tu invece mi parli di un’esperienza immersiva e non filmabile, vissuta singolarmente. Cosa deve aspettarsi un nativo digitale da questo spettacolo?
Lo spettatore deve decidere di venire a vivere un’esperienza. Regalarsi la possibilità di vivere un evento in solitudine, di cui rimarrà traccia solo nel proprio personale vissuto. Ecco, qui non è possibile fare foto e pubblicarle su Facebook per dire “io ho fatto questo”. Devi esserci davvero, devi essere disponibile a esserci. Anch’io devo avere la capacità di relazionarmi a quel singolo spettatore, ogni volta così diverso. Questa è forse la parte più difficile per me: mantenere, nella ripetizione, la connessione di comunicazione con ogni singolo spettatore. Ma è anche la parte più bella. Entrambi sappiamo che in quel momento stiamo vivendo un’esperienza unica e irripetibile. Questo a me commuove. Io mi ricordo tutti. Tutti quelli che sono venuti. Le loro facce, i loro sguardi, il loro modo di stare in relazione con me. Questo spettacolo è prima di tutto un’esperienza, quello che dovrebbe essere a mio avviso ogni spettacolo, solo che in questo caso non è possibile che non lo sia.  Tant’è che molti spettatori hanno sentito la necessità di scriverci le proprie sensazioni dopo essere venuti, e così è nato una sorta di diario delle esperienze.

Quando ci siamo incontrati la prima volta, mi hai fatto capire che il teatro necessita di svecchiamento per tornare a essere popolato e popolare come un tempo. Quali sono secondo te le formule per riuscirci?
Più che svecchiare il teatro bisogna svecchiare l’idea che le persone hanno del teatro. Certo le programmazioni dei teatri, quelli più grandi, per intenderci gli stabili prima della riforma, non aiutano questo scopo, ma qui si potrebbe aprire un discorso che potrebbe durare ore.  Credo che in questo momento, il teatro debba uscire dal teatro, andare in spazi delle città, in luoghi diversi, andare verso le persone. Questa non è una novità, si fa da molti anni ormai, ma credo che prima di tutto vada slegata l’idea del teatro dal luogo teatro. E’ strano pensare che in italiano il linguaggio teatrale venga chiamato “teatro”, cioè venga identificato con il luogo in cui generalmente avviene. In altre lingue non è così. Pensiamo al “drama” inglese, che deriva poi dal greco “drama”: azione. Il teatro è azione, tutto in teatro diventa azione: il corpo, la voce, gli oggetti, i suoni, le luci, tutto è azione. Il linguaggio teatrale è complesso, fanno parte della drammaturgia di uno spettacolo diversi linguaggi artistici: non solo la recitazione e il testo, ma anche la musica e i suoni, le luci, la scenografia, anche l’immaginario legato alle opere d’arte visiva, che possono influire nel creare un’estetica, oltre che una poetica.

 

Foto © Andrea De Rose  Foto © Andrea De Rose

 

Non sembra facile far avvicinare al teatro i nativi digitali che ormai non guardano neanche più un film senza fare la pausa smartphone
Vero. Bisogna recuperare quella che è la peculiarità del teatro e che lo distingue da altre forme d’arte: è un’esperienza unica e irripetibile che avviene dal vivo. Per “fruire” del teatro bisogna esserci. Guardare un video di uno spettacolo non è come andare a vedere uno spettacolo. Un po’ come guardare il video di un concerto. Quando sei lì, sei lì insieme ad altre persone, il tutto vive di una serie di fattori che si compongono in quel momento: la relazione tra chi sta sul palco e il pubblico, ma anche la relazione tra le diverse persone del pubblico: il sudore, l’energia delle persone che ti stanno accanto. Per questo credo che noi che facciamo teatro dobbiamo aver molto chiaro questo concetto, abbandonando l’idea che lo spettatore venga a “guardare” qualcosa. Dovremmo abbandonare quella distanza che si è creata tra noi e il pubblico. Questo non vuol dire per forza coinvolgere il pubblico, semplicemente avere sempre ben chiaro che il pubblico c’è e lo spettacolo lo facciamo per comunicare con esso, e che lo spettacolo, pur nella sua ripetizione, vivrà della presenza di quelle persone che in quel momento preciso si troveranno insieme in quel luogo preciso. Lo spettacolo è un appuntamento.

Contemplazione di Ismene ha debuttato nel maggio 2016 a It Festival, festival di tetro indipendente milanese, e poi ha replicato nel settembre 2016 a Novi Ligure. Sarà presente al Festival Inequilibrio a Castiglioncello (LI) dal 23 al 25 giugno. Per tutte le altre informazioni potete andare sul sito ufficiale.

 

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