Art
di Andrea Girolami 14 Aprile 2016

Peeta, lo street artist italiano superstar mondiale dei graffiti 3D

Lo incontriamo al ritorno dal suo ultimo intervento a Hong Kong per parlare dei suoi esordi, della tridimensionalità dei disegni e le scelte di Blu a Bologna

peeta street artist www.peeta.net

 

Inizia giovanissimo nel ’93 ispirato dai graffiti visti su i muri di Barcellona che sono il suo primo vero incontro con questa forma espressiva. Seguono i pezzi lungo la linea ferroviaria per Trieste, dove viaggiava spesso per motivi familiari e poi i muri del suo paesino di campagna che diventano la palestra personale in cui allenare il proprio talento.

Manuel Di Rita in arte Peeta oggi è uno degli street artist italiani più conosciuti a livello internazionale. Il suo stile caratterizzato da una particolare tecnica espressiva in grado di far “uscire” i propri lavori dal muro ha un effetto quasi olografico che rende il risultato ancora più spettacolare sia per chi li osserva dal vivo che dallo schermo di un computer.

Lo abbiamo incontrato a breve distanza dal suo viaggio a Hong Kong dove ha partecipato all’evento HKWalls realizzando uno dei pezzi più spettacolari della propria carriera, evoluzione ancora carico di progetti ed ambizioni. Proprio da questo viaggio inizia la nostra chiacchierata.

Ultimamente sei stato tra i protagonisti di Hkwalls a Hong Kong, raccontaci come è stato dipingere in quella situazione, in quel paese. Come ti sembra il rapporto della Cina con street art?
Non ero mai stato ad Hong Kong. L’ambiente è molto stimolante, dinamico, immerso in una dimensione metropolitana in cui ho trovato ispirazione ed energia. Le persone erano molto emozionate, non sono abituate a interventi simili ed erano curiose ed affascinate, tanto che ogni giorno i negozianti della zona cercavano di supportarmi offrendomi da mangiare e passando a dare un’occhiata. Anzi, dopo qualche giorno, girava voce che nel quartiere molti negozianti si stessero già’ mobilitando per chiedere permessi per invitare artisti a dipingere le loro serrande e le loro facciate. Il rapporto di Hong Kong con la street art non è ancora completamente sdoganato ma credo sia diverso da quello della Cina, che a parer mio è ancora più repressiva. A Honk Kong non c’è veramente una scena, non vedi quasi nulla per le strade ma la nascita di HK Walls e la sua costante crescita fino all’attuale terza edizione ha educato sempre più i cittadini a questa nuova estetica.

 

 

Vedendo i tuoi lavori viene da pensare che siano influenzati dalla cultura giapponese e orientale in genere. Il loro stile nel lettering, fino alla cultura dei manga, anime. È davvero così?
In realtà no. I fumetti, non solo quelli giapponesi, sono tra le mie svariate ispirazioni ma non sono la principale. Devo dire però che credo di aver assorbito questo tipo di forme da altri writer 3D che sicuramente si sono ispirati al manga, a Gundam prima di tutto e dai quali a mia volta, ho tratto ispirazione o a cui mi sono interessato negli anni così che le mie forme ne han subito il riflesso.

I tuoi “pezzi” sono molto grandi, quante bombolette usi? Utilizzi ancora solo quella tecnica?
No, le dimensioni delle più recenti commissioni mi hanno costretto a studiare nuove tecniche negli ultimi anni. Muri come quello di Hong Kong sono fatti quasi totalmente a rullo e a pennelli con l’uso di vernice acrilica. Ci sono vari motivi per questa scelta: tempi e costi minori nonché maggiore precisione su grandi superfici, la maggiore opacità della vernice acrilica. La vernice spray, seppur molto migliorata negli ultimi anni, resta comunque un po’ lucida e dunque, su muri così grandi da osservare dal basso e non esattamente da di fronte, crea vari riflessi che rovinerebbero la visione del pezzo. E infine c’è la durata nel tempo: alcune marche di spray hanno pigmenti che si sbiadiscono abbastanza velocemente mentre la pittura acrilica ha una durata nel tempo maggiore. Per darvi un’idea, se il muro presso il Golden Computer Arcade di Hong Kong fosse stato dipinto tutto a bombolette avrei dovuto usarne circa 350-400, con la tecnica mista ho usato in prevalenza i rulli e solo 10 bombolette.

 

peeta street artist www.peeta.net

 

Ho letto che hai studiato disegno industriale e in un’intervista hai dichiarato di esserti ispirato al lavoro di Zaha Hadid recentemente scomparsa. Pensi il suo lavoro abbia lasciato un’impronta nella street art in generale oltre che nel tuo lavoro?
Più che ispirato inizialmente sono andato a cercarla perché venivo spesso accomunato a lei e così l’ho scoperta, approfondita ed ho attinto non solo dalle sue forme ma dalla sua personalità e dal suo modo di interagire con gli spazi architettonici così come con il mondo in generale. Non credo abbia ispirato altri writer, a meno che io sappia, se non perché altri hanno eventualmente avuto una formazione simile alla mia in cui l’impatto architettonico e plastico delle forme e lo studio degli spazi e dei volumi ha assunto un ruolo principale.

Hai scritto che il tuo lavoro è quello di esaltare la potenza delle lettere del tuo nome che è sempre il soggetto delle tue opere. Come ci si sente a ripetere sempre uno stesso modello dovendolo però cambiare continuamente? Penso ad un esperimento letterario come gli “Esercizi di stile” di Queneau
Alle volte questo è ciò che facilita il mio lavoro, altre volte la cosa che lo rende difficile. Dover rimanere fedele ad una certa linea significa privarmi della possibilità di cambiare soggetti e forme rispetto al mio estro ma in contemporanea mi garantisce una struttura di base da elaborare con la quale so interagire ormai ad alti livelli. Sarà il mio retaggio da designer ma vedo questa rielaborazione continua di uno stesso contenuto come l’evoluzione del design di un oggetto: ogni nuovo modello sopperisce ai difetti del precedente e ne migliora la linea, il processo è ogni volta elaborato ma con un buon punto di partenza. Bisogna anche dire che il mio contenuto cambia, di opera in opera, benché questo non sia esplicitamente evidente per lo spettatore ma sia veicolato tramite l’uso di forme, colori e riempimenti scelti ad hoc per suggerire non un concetto o un messaggio ma delle sensazioni. Inoltre, il confrontarmi con supporti continuamente diversi: la tela, il muro, la scultura, il digitale, ognuno con i suoi limiti e i suoi privilegi, mi impone la continua ricerca di metodi diversi, ognuno legato al media specifico, per esprimere le mie forme.

 

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Da poco hai partecipato ad una mostra a Bologna alla Magma Gallery, che idea hai del rapporto della street art in città anche alla luce di quanto accaduto riguardo la vicenda dei graffiti cancellati di Blu?
La mostra alla Magma Gallery è stata un’ esperienza interessante e in concomitanza con un un momento di particolare fermento generale in città. Credo che il rapporto di Bologna con la street art abbia attraversato diverse fasi. Ricordo il rapporto che avevo da adolescente con quella città, ne ero assolutamente affascinato. E’ stato un territorio dove fin da subito ho osservato una scena fiorente, sempre crescente, compatta, legata fortemente al territorio urbano ed al senso di comunità. Facendo un grosso salto in avanti nel tempo, posso dire che al giorno d’oggi la scena, ormai inserita in parte nel mercato e comunque influenzata da alcune velleità dei curatori, evidenti speculazioni e altri fattori ed agenti esterni, non mi sia totalmente decifrabile. Credo poi che ci siano una serie di meccanismi più o meno limpidi che hanno portato alla situazione attuale con tutte le conseguenze che sta creando, tra cui l’epilogo rappresentato dal caso Blu. L’argomento è delicato ma credo che per fare una mostra museale come quella che è stata fatta, anche se fatta, prematuramente, dietro l’etichetta della storicizzazione del fenomeno e sia stata fatta anche per altri motivi più urgenti legati al mercato, sia stato dato troppo poco peso al contribuito spontaneo e autorizzato di artisti ancora vivi, onestamente attivi e gratuitamente visibili nelle strade, e che quindi qualunque reazione contraria sia stata legittima, d’altronde ci sarebbero stati sicuramente altri modi di avvalorare il lavoro degli artisti presi in causa, garantendo loro la propria libertà di scelta personale ed artistica. Per quanto riguarda la situazione bolognese, stimo invece davvero molto il lavoro di Claudio Musso e Fabiola Naldi che, con il progetto Frontier assieme ad altri, stanno facendo un ottimo lavoro sia per quanto riguarda l’interazione con la città e con i suoi spazi attraverso i graffiti, sia per il rapporto con gli artisti, il cui lavoro viene profondamente valorizzato assieme alla loro storia, garantendo ottimi spazi e mezzi per esprimersi liberamente. Credo ci siano molte più voci a Bologna a cui dare valore di quelle di cui si è parlato ultimamente, persone che da anni vivono la scena con onestà e profondità seppur talvolta coinvolti in ruoli istituzionali.

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