La recente sentenza della Corte di Cassazione introduce un importante cambiamento nel panorama delle tutele per i lavoratori precari in Italia, riguardante la possibilità di percepire contemporaneamente la Naspi e lo stipendio.
Questa decisione storica conferma un nuovo orientamento giurisprudenziale che rafforza i diritti di chi, dopo una vertenza giudiziaria, ottiene la trasformazione del contratto a tempo indeterminato con effetto retroattivo.
La Naspi: un ammortizzatore sociale essenziale ma con limiti
La Naspi rappresenta l’indennità di disoccupazione erogata dall’INPS a favore di chi perde il lavoro in modo involontario. Si tratta di uno degli strumenti più importanti e diffusi in Italia per tutelare il reddito dei lavoratori disoccupati. Tuttavia, tradizionalmente la percezione della Naspi è incompatibile con un reddito da lavoro dipendente che superi soglie molto basse, poiché il sostegno è basato sul principio dello stato di bisogno. In questo quadro, di norma chi ha una nuova occupazione con uno stipendio regolare non può contemporaneamente beneficiare dell’indennità.
Ciò vale anche per chi in passato ha percepito la Naspi e poi ha ottenuto un nuovo contratto: l’INPS richiedeva la restituzione delle somme erogate, ritenendo che il diritto alla prestazione fosse venuto meno con la nuova occupazione. Una svolta arriva con la sentenza n. 23876 del 26 agosto 2025 della Corte di Cassazione, che modifica radicalmente questo scenario per i lavoratori precari coinvolti in contenziosi sul contratto a termine. Quando un tribunale del lavoro accerta l’illegittimità del contratto a tempo determinato e dispone la sua trasformazione in un contratto a tempo indeterminato con effetto retroattivo, viene riconosciuto il diritto del lavoratore a ricevere gli stipendi arretrati e un eventuale risarcimento.
La novità cruciale stabilita dalla Corte è che, anche in presenza di questa reintegrazione retroattiva, la Naspi percepita durante il periodo di disoccupazione non deve essere restituita. La motivazione è fondata sulla realtà dello stato di bisogno esistente al momento della domanda: il lavoratore aveva effettivamente perso il reddito e aveva diritto alla tutela, indipendentemente dal fatto che il giudice abbia successivamente riconosciuto la continuità del rapporto di lavoro. Quindi, la sentenza sancisce che la Naspi è compatibile con il percepimento di stipendi arretrati e risarcimenti riconosciuti a seguito di controversie sul contratto a termine.

Il caso che ha portato alla pronuncia della Cassazione ha visto contrapposti l’INPS e un lavoratore precario. Quest’ultimo, dopo la scadenza del contratto a termine, aveva beneficiato della Naspi per un anno. Successivamente, il tribunale aveva dichiarato illegittimo il contratto a termine, ordinando la sua trasformazione a tempo indeterminato con effetto retroattivo e concedendo un risarcimento di 18.000 euro oltre al pagamento dei contributi previdenziali.
L’INPS aveva chiesto la restituzione dell’indennità, sostenendo che il vuoto reddituale fosse stato colmato dagli arretrati. Tuttavia, la Cassazione ha respinto tale richiesta, affermando che la Naspi era stata correttamente percepita in un momento in cui il lavoratore si trovava realmente senza reddito.
Questa decisione crea un precedente importante per i lavoratori con contratti a termine che, dopo battaglie legali, ottengono il riconoscimento della continuità lavorativa e il pagamento retroattivo degli stipendi, mantenendo al contempo l’indennità di disoccupazione. La sentenza della Corte di Cassazione del 2025 rappresenta una svolta significativa per la tutela dei precari, permettendo loro di beneficiare di una doppia forma di sostegno economico legittimo e rafforzando la tutela sociale in un segmento del mercato del lavoro tradizionalmente più fragile.