Il legame indissolubile tra i tatuaggi e la scrittura di Nicolai Lilin

Siamo andati alla presentazione di Favole fuorilegge, il nuovo libro di Lilin edito da Einaudi

Libri
di Mattia Nesto facebook 3 marzo 2017 12:48
Il legame indissolubile tra i tatuaggi e la scrittura di Nicolai Lilin

 

Nicolai Lilin: cento ne pensa e cento ne fa!”. Un po’ questo è stato il pensiero dominante giovedì 23 febbraio mentre si assisteva alla presentazione del nuovo libro dello scrittore italo-russo, Favole fuorilegge, edito da Einaudi. Già perché l’occasione era molto particolare. Infatti non si era in una semplice casa editrice ma in una galleria d’arte, la Civatiarte di Milano, in via Fiori Oscuri (a due passi dall’Accademia di Brera) e le opere presentate sono state realizzate dello stesso Lilin.

 

 

Nicolai Lilin, sguardo magnetico e parlantina precisa ed affilata come una stilettata in pieno petto,  è infatti un tatuatore e proprio da questo mondo trae ispirazione non soltanto per i suoi libri ma anche per le sue illustrazioni, un po’ punk un po’ desunte dall’iconografia classica russa: “Secondo me non c’è grande differenza tra scrivere un libro, disegnare un tatuaggio o fare un quadro: occorrono sempre passione, abnegazione e libertà. Sono questi gli elementi che contano“.

La sinossi del suo nuovo libro parla degli  spazi sconfinati di una Siberia mitica e selvaggia, in cui non c’è albero, fiume, animale, che non prenda corpo e voce. L’universo lì può popolarsi di Madonne armate, sciabole che si fanno giustizia da sole, briganti che rubano l’oro per restituirlo al grande spirito della taiga. È la forza sovversiva della natura che permea ogni cosa e prende il sopravvento sull’ottusità e la prepotenza degli uomini.

 

 

Ed osservando le opere di Lilin non si può fare a meno di notare il forte, fortissimo legame tra le raffigurazioni di Madonne, pistole e scritte in latino con l’immaginario dei libri dello scrittore, romanzi a tinte forti, il più famoso dei quali, Educazione siberiana, è diventato anche un film nel 2013 per la regia di Gabriele Salvatores. “Siberia in russo vuol dire terra che dorme ma i suoi abitanti, anche se possono sembrare non vigili, sono sempre all’erta: ho raccolto in questo libro favole, storie e leggende di questo pezzo di mondo così sconfinato e così misterioso”.

 

 

Si dice che in Siberia i destini dei grandi imperi siano legati indissolubilmente a quelli degli uomini, in un unico e comune destino narrativo, l’unico modo per tenere tutto questo materiale narrativo è, letteralmente, inciderlo sulla propria pelle. Prima poi, come ha fatto Nicolai Lilin, verrà il tempo e il momento giusto per raccontare. Magari sotto forma di quadro.

 

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