Libri
di Mattia Nesto 30 ottobre 2018

“Sono un giovane mediocre” di Gérard Lauzier è l’autobiografia di una generazione

Il romanzo grafico di Gérard Lauzier pubblicato da Rizzoli Lizard è splendidamente doloroso

Nella prefazione al magnifico volume Sono un giovane mediocre di Gérard Lauzier, edito da Rizzoli Lizard, Raffaele Alberto Ventura scrive: “Leggere Lauzier fa male. Non nel senso che nuove gravemente alla salute, ma perché scava nelle ferite della piccola, media, grande borghesia perennemente insoddisfatta”. Ecco in questa frase è contenuto molto del grande, grandissimo valore di questo romanzo grafico firmato dal geniale fumettista marsigliese. Uno che, giusto per far capire di chi stiamo parlando, è venerato non solo come un maestro del fumetto ma proprio come uno degli intellettuali più influenti del secondo Novecento.

Un autore in grado di raccontare nei suoi graphic-novel le contraddizioni della società francese sempre in bilico tra la voglia di fare la rivoluzione, cambiando una volta per tutte la morale comune, e la triste monotonia del quotidiano, dove magari si vota Rassemblement National (il nuovo nome del Front National, ndr) ma si sogna la vicina di casa marocchina mentre la moglie guarda le soap-opera. Di questo parliamo quando parliamo di Lauzier, di un fine antropologo che scava nei recessi dell’animo umano e che in questo albo che ha come protagonista indiscusso Michel Choupon, colto in due momenti ben definiti della sua esistenza, raggiunge il vertice della sua arte.

Gérard Lauzier Via - Gérard Lauzier

Nella prima parte di Sono giovane un mediocre, intitolata Ricordi di gioventù, Michel Choupon è un ragazzo, sostanzialmente, nulla facente, che passa le giornate a vegetare tra la stanzetta e il bistrot in fondo alla strada. Perennemente melanconico e quasi senza amici, sogna di sfondare nel mondo delle arti (anche se non ha ben chiaro quale sia la sua arte di riferimento). È mosso da grandi ideali anche nel campo degli affetti, sognando la grande e totalizzante storia d’amore romantica ma, ben presto, dovrà scontrarsi con la rude realtà di tutti i giorni: un padre che non lo capisce, una ragazza che non lo ama e il lavoro che non arriva (anche perché Michel non si “sporca le mani” nel cercarlo).

La seconda parte dell’albo invece coglie il protagonista qualche anno dopo. In Ritratto di artista infatti Michel è un giovane uomo con una moglie e dei figli. Ha un lavoro statale monotono ma sicuro e nel tempo libero, ovviamente scandito dalle sue profonde e croniche ricadute nella tristezza, collabora con una compagnia teatrale dilettantesca, occupandosi delle scenografie degli spettacoli. Ma nonostante, almeno all’apparenza, Michel Choupon sembra “arrivato” egli non è soddisfatto, anzi. Ben presto si sente come soffocare all’interno della routine famigliare, complice anche l’infatuazione per l’ultima arrivata nella compagnia, una donna proveniente dall’alta borghesia cittadina così diversa (e per questo così intrigante) rispetto alle solite frequentazioni. Il sentimento, probabilmente corrisposto, scatena in Michel invece di una reale furia amorosa o creativa una sorta di paralisi globale che lo porterà sempre più in basso.

Già perché la forza del racconto di Lauzier sta proprio qui, in questa continua tensione verso il basso (se fossimo all’università diremmo una “nekuia”, ovvero un andare negli Inferi alla maniera di Ulisse mentre se fossimo al pub davanti ad una pinta di birra diremmo “carotaggio” e ne ordineremmo un’altra) che non lascia mai scampo al protagonista. Già questo Michel Choupon verso il quale, benché mosso da quasi sempre buone intenzioni, è difficile provare simpatia anche perché, pagina dopo pagina, un certo sospetto inizia a prendere piede nella mente del lettore. “E se Michel non fosse così differente da me?”. Infatti tutti, chi più chi meno, hanno vissuto una parte della loro vita (o la stanno ancora vivendo) in cui grandi ideali e grandi prospettive non si sono poi risolti in risultati concreti. E Sono un giovane mediocre di Rizzoli Lizard va proprio a scavare in questa mota, intima e privata, che tutti quanti noi portiamo dietro. Per questo leggere l’albo fa male, perché ci costringe a fare i conti con noi stessi. Volenti o nolenti siamo, ancora una volta proprio come l’Ulisse dell’Odissea, a fare i conti con gli inferi.

Ma non finisce qui. Sono un giovane mediocre, caratterizzato da quel disegno molto francese che o lo si ama o lo si odia (ma che se si ama qui è proposto ai suoi massimi livelli), spiega bene a chi o era troppo piccolo o magari neppure nato, cosa voleva dire crescere all’interno della generazione post-sessantottina, ovvero quella del crollo degli ideali, in cui gli anni Ottanta spumeggianti e colorati, in Francia targati Mitterand qui da noi griffati Craxi (guarda caso due socialisti al potere, pensa te!) non lenivano le grandi questioni irrisolte dei decenni precedenti. Alla lotta politica per i diritti e gli ideali si sostituiva la battaglia per emergere nella società, per esprimere i propri talenti, per far uscire fuori il proprio vero io. Ma sempre di conflitti si parla.

Il giovane “bamboccione” l’artista fallito di Lauzier insomma ci parlano molto da vicino, forse troppo, e proprio per tale motivo non riusciamo a staccarci dalle pagine dell’albo che, una dietro l’altra, iniziano ad assomigliare in modo inquietante al nostro diario segreto. Che se anche non lo scriviamo comunque ce l’abbiamo tutti nel nostro ipotetico cassetto del comodino di fianco al letto.

 

Sono un giovane mediocre – Gérard Lauzier

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