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È morto Tommaso Labranca, la migliore mente di una generazione

Tommaso Labranca

 

È morto questa notte Tommaso Labranca, scrittore e autore tv: nato nel 1962, aveva 54 anni, ne ha dato notizia Gianni Biondillo su Nazione Indiana. È complicato ridurre in poche righe l’importanza capitale che ha avuto Labranca per la cultura italiana, un’importanza che gli è stata poco o nulla riconosciuta in vita da un sistema culturale che al contrario lo aveva emarginato e ostracizzato, con qualche eccezione, certo. Ma erano eccezioni che confermavano la regola.

Tre opere per conoscerlo? Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash, Castelvecchi, 1994, oppure Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli, Castelvecchi, 1995, e ancora Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia, sempre edito da Castelvecchi, 2002. Sono tre libri illuminanti per capire quello che siamo, offline, online, ovunque. Sono libri che ci inchiodano alle nostre responsabilità: quella di essere nel complesso una manica di cialtroni.

Tommaso, che cialtrone non era, riusciva a raccontarci le nostre miserie con un’intelligenza, un’eleganza, una cultura, che in nessun altro autore ho mai visto, non solo italiano.

Lui, che il concetto di emulazione fallita se l’era inventato, diceva di essere l’emulazione fallita di Tom Wolfe, l’uomo che aveva coniato la definizione radical-chic. Ma non è vero, Labranca per me era ed è molto più acuto e leggibile di Wolfe.

Scrive Biondillo su Nazione Indiana che Labranca era uno spirito libero, e che “essere uno spirito libero in Italia significa essere rompicoglioni. Tommaso lo era. Ha rinunciato (conosco direttamente la fonte di questa notizia) a collaborazioni fruttuosissime in televisione per evitare di umiliare la sua intelligenza (…) Ha preferito vivere al limite dell’indigenza per mantenersi puro. Non ce lo siamo mai meritati. E lui, coerentemente, ha tolto il disturbo” ed è vero. Tutto vero.

È vero tutto, dalla prima all’ultima sillaba: Tommaso Labranca era un genio, e raramente chi è un genio è una persona facile.

Labranca non era una persona facile, ma credo anche chi lo conoscesse di persona dimenticasse in fretta qualche sua spigolosità, per la gioia di avere a che fare con una mente davvero straordinaria.

Me lo ricordo gentilissimo a casa sua, un ospite perfetto, ma anche capace di essere feroce, o forse solo onesto e non siamo abituati all’onestà e alla sincerità, per niente: era giusto così, era bello così. Ci eravamo sentiti l’ultima volta più di un anno fa, quando aveva chiuso l’esperienza di OssoBook, la sua rivista digitale milanese cui avevo collaborato: mi aveva scritto delle cose un po’ dure, me l’ero presa, non ci eravamo più sentiti.

Era successo altre volte in passato, ma di sicuro ci saremmo risentiti chissà per quali altri motivi, andava così. Ci conoscevamo da una decina d’anni: da quando mi aveva aiutato a realizzare la tesi di laurea – che si trova ancora su Carmilla, e c’è ovviamente il suo intervento: semplicemente perfetto, perfetto, anche dieci anni dopo – una tesi di laurea senza la quale non avrei mai trovato lavoro, senza la quale ora chissà come andava tutto il resto, senza la quale probabilmente non starei scrivendo in una giornata orrenda che Tommaso Labranca è morto.

Grazie Tommaso.

Gabriele Ferraresi

Lavoratore intellettuale salariato

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