Musica

I Migliori album della settimana

slowthai – TYRON

Nel 2019, l’anno della Brexit, slowthai era il quasi enfant prodige del rap britannico. Oggi la sua ars polemica non è svanita, ma fare un disco uguale a Nothing Great About Britain era un rischio da non correre, e così è arrivato TYRON. I titoli della prima parte dell’album sono scritti in capslock e ripropongono gli schemi stilistici che già conoscevamo, ci si diverte, si urla durante l’incursione di ASAP Rocky, anche se i temi sociali sono scomparsi a discapito di una flexata continua.  Nella seconda metà cambia tutto, i titoli scritti in minuscolo, il petto di Ty si spalanca ed ecco la voragine che non ci aspettavamo di vedere. Iniziano a galleggiarci nelle orecchie le sue contraddizioni e le paranoie, i pezzi si arricchiscono di suoni più pop. Merito di Mount Kimbe, ma anche agli altri ospiti, Dominic Fike e Denzel Curry, Deb Never nella splendida push e infine sua maestà James Blake, in quel capolavoro che è feel away.

 

Gabriele Vollaro

Jane Birkin Oh! Pardon tu dormais…

Beh a questo giro siamo convinti che non servano poi molte presentazioni per inquadrare la figura di Jane Birkin, sorta di artista totale che ha da poco sfornato un album che condensa, in poco più di un’ora, quasi settant’anni di musica con leggerezza, sensualità ed eleganza rare. Ma d’altronde da una come Birkin cos’altro si poteva aspettarsi, tra un fox-trot e uno swing sbilenco emerge tutta la forza interpretativa dell’eterna ragazza da sogno che con un pezzo come Cigarettes ci manda definitivamente al tappeto. Dalla gioia, sia chiaro.

Mattia Nesto

Clap Your Hands Say Yeah – New Fragility

Assistendo alle mirabolanti vicende di Valerio Mastandrea in Non Pensarci, rimasi colpito dalle magnetiche colonne sonore scelte dal regista Gianni Zanasi e interpretate da una band che, pur facendo schifo, non poteva che insinuarsi nelle mie orecchie.  Una band sorprendentemente capace di elaborare uno stile personalissimo all’interno di una dimensione distorta, scordata, casinista eppure soave, con un cantante che sembrava fare di tutto per infastidire il proprio interlocutore sortendo esattamente l’effetto opposto. New Fragility è l’eccezione che conferma la regola nella carriera della compagine capitanata da Alec Ounsworth. I Clap Your Hands Say Yeah non abbandonano il proprio sound indie-rock, lo imbastardiscono con un lieve dream pop dalle venature quasi folk che ben accompagna il concept incentrato sul racconto intitolato Per sempre lassù di David Foster Wallace. Bello, canonicamente meglio eseguito ma allo stesso tempo troppo pulito: l’omonima title track sembra quasi una canzone degli U2.

Marco Beltramelli

Marco Beltramelli

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