La nostra playlist settimanale
The Horrors – Loud
I The Horrors nascono in quel fervido catino musicale che era l’Inghilterra della prima metà dei 2000. Mentre nel Regno Unito si formavano band (Arctic Monekys, Franz Ferdinand, The Kooks) che hanno segnato l’epoca con un rock catchy divenuto sempre più cool, la compagine capitanata da Faris Rotter ha rifiutato questa “strada fichetta”, rimanendo fedele al proprio stile, tanto estremo quanto caratteristico. Una sorta di The Hives dell’Essex, irriducibili, stoici, riconoscibili nel look quanto nel sound. Loud, il loro ultimo lavoro, si apre con l’omonimo singolo che, violentemente ritmato, ricorda una versione splatter dei RATM. Org è un brano senza parole che mischia glitch elettronici ed emocore, funzionerebbe anche in un rave party o come base per una canzone dei Die Antwoord. Chiude questo ep “sperimentale” Whiplash, a guardarli sembrano i Dari, ma picchiano come i Manson.
Marco Beltramelli
Maria Arnal i Marcel Bagés – Clamor
Un disco pazzesco per il duo catalano che -dopo aver saputo donare nuova linfa al canzoniere iberico con la giusta dose di personalità e rispetto per la tradizione- ha dato vita a un lavoro stratificato e ricco di arrangiamenti, ricolmo di armonie ricercate e grandissima classe. Ascoltate, tanto per dirne una, Meteorit ferit, una canzone con un gradiente di passionalità, espressività e pathos nell’interpretazione vocale tale da renderla sin da subito un’instant-classic.
Mattia Nesto
Really From – Really From
Arrivati al terzo album, i Really From hanno trovato la chiave giusta per dare al proprio sound una forma compatta e del tutto convincente. Continuando a sperimentare con quest’indie ibrido che li caratterizza, un po’ jazz e un po’ emo ma mai abbastanza per ricevere apprezzamento dai puristi di uno o dell’altro genere, hanno dato vita a un disco che si chiama come loro e che di loro parla a gran voce. Chris Lee-Rodriguez e Michi Tassey duettano in ogni pezzo, ognuno racconta la sua storia confessando i propri traumi intergenerazionali, quelli dell’integrazione culturale e del vittimismo compulsivo. I riff scarni di chitarra si intersecano ai fraseggi dei fiati su ritmi molto spesso dispari, in quello che sembra essere un musical disperato sulla liberazione dalla colpa.
Gabriele Vollaro
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