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Spesso, quando stiamo concentrati su un solo problema, rischiamo di non vedere tutti gli altri che persistono. Le notizie legate ad inciviltà, razzismo o ambiente in questi mesi hanno avuto minor rilevanza rispetto a quelle sul Covid-19. C’è stato anche un momenti in cui ci sentivamo tutti uniti, volenterosi di cambiare le cose, felici di vedere i cieli di nuovo limpidi e la natura che si riprendeva i propri spazi, ma è durato poco.
Siamo tornati con forza a prendere l’auto per fare un km, a gettare rifiuti nei boschi o nel mare, a buttare per terra mascherine e guanti monouso, siamo pieni di rabbia e crediamo ancora a chi urla più forte, ci assembriamo per urlare slogan ridicoli o per vedere gli aerei militari disegnare il tricolore nel cielo, ma siamo i primi a condannare i giovani se escono a divertirsi. Dal nostro punto di vista, non ce la stiamo facendo.
Non bastassero il virus, le rivolte, gli omicidi razziali, la maleducazione cronica, una notizia di questi giorni fa davvero paura: 20mila tonnellate di gasolio sono fuoriuscite il 29 maggio da un serbatoio di una centrale elettrica a Norilsk, a nord della Russia, e stanno contaminando oltre 20 km di fiumi, in attesa di giungere nel mare. Un disastro di portata molto simile a quella dell’incidente della petroliera Exxon Valdez, che accadde 30 anni fa in Alaska.
Questo il commento di Greenpeace Russia: “Questo è di uno dei più grandi incidenti petroliferi nell’Artico e dimostra che il governo russo deve riconsiderare l’attuale modello di economia basato sui combustibili fossili e sull’abuso della natura. Esiste una lunga tradizione di società russe che eludono la piena responsabilità finanziaria per i danni ambientali. Inoltre, alcune di esse hanno utilizzato la crisi Covid per avviare l’indebolimento della legislazione ambientale russa”.
Come si possa sfruttare un virus killer per indebolire l’ambiente è un fatto che ci lascia senza parole. Intanto, il disastro costerà 77,5 milioni di euro e gran parte degli idrocarburi rimarranno nell’acqua.
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