Non importa a nessuno se non vi piaceva qualcuno che è morto

Che problemi ha chi scrive post al veleno offendendo la memoria del morto famoso del giorno?

Chris Cornell e Chester Bennington the sun - Chris Cornell e Chester Bennington

 

Quando muore uno famoso, su Facebook parte la sequela delle elegie e dei discorsi funebri. Ci sentiamo tutti parte di una comunità che celebra la vita e l’operato di qualcuno, per poi stringersi in un abbraccio virtuale che è a suo modo carico d’empatia. We share the love, we share the sorrow.

Certo, c’è anche la seconda analisi, quella cinica presa in considerazione da Zerocalcare nel suo fumetto intitolato “Quando muore uno famoso”, appunto. In due parole, è quella sensazione che molti saltino sul carrozzone del lutto un po’ come fanno le vecchie vestite di nero ai funerali siciliani, giusto per fare qualcosa, senza neanche conoscere l’identità del morto, solo per prendere like. Non è bello, non è sincero ma quantomeno si perde nel profluvio della disperazione 3.0 e non nuoce più di tanto.

Il problema, a livello umano e psicologico prima ancora che social, lo ha chi si sente in diritto di offendere la memoria del defunto, un minuto dopo che la notizia è stata diramata, con considerazioni personali e distinguo volti solo a ferire i sentimenti di chi c’è rimasto male davvero.

Esempio x, che va bene per tutte le stagioni: ieri è morto Chester Bennington, cantante dei Linkin Park. 41 anni, suicida. Depressione, si dice. La stessa che ha ucciso recentemente Chris Cornell, il cantante dei Soundgarden, grande ispirazione per Chester.

 

 

Alla solita coda di post luttuosi, su Facebook ne sono usciti altri di difficile definizione. In molti hanno voluto far notare che odiavano i Linkin Park con tutto il cuore e tutta l’anima disponibile, ciononostante sono dispiaciuti umanamente, altri hanno tenuto a dire a tutti, a cadavere sempre fresco, di non aver mai ascoltato i Linkin Park, reputandoli i capi della musica brutta. Al solito battute ciniche a pioggia e considerazioni musicali sul fatto che la band di Los Angeles abbia (addirittura) rovinato la musica nei 2000s.

Ok, grazie a tutti per la critica di armonia e contrappunto non richiesta e anche per il tempismo perfetto. Viene da pensare perché queste verità scritte sulla roccia e così importanti da non poter essere tenute per sé, siano state rivelate proprio qualche minuto dopo la morte del cantante della band in questione e non, ad esempio, una settimana prima.

Ma i critici musicali non sono neanche i peggiori.  Di fronte al suicidio di un ragazzo giovane, famoso e ammirato, c’è sempre chi non perde occasione per dare la propria valutazione psicologica, manco fosse morto lo zio Gino. “Aveva tutto, famiglia, soldi e fama, ha fatto una cazzata a suicidarsi.”

Che il suicidio non sia auspicabile mai, è garantito al limone, ma in definitiva chi scrive queste cose che ne sa dell’inferno intimo e privatissimo che può provare chi non trova più una ragione che sia una per vivere? Se avesse parlato con voi psicologi di Facebook, sarebbe di sicuro andata diversamente, ma se vi interessava la sua salute mentale potevate inviargli un messaggino prima, e non dopo la morte.

Allora dite, cosa vi spinge a parlare male di una persona che non conoscete e che è appena defunta? Sareste così sicuri di voi da prendere parola a un funerale vero, montare sul pulpito e di fronte a tutti i parenti e gli amici che piangono, dire che il caro estinto era poca roba, che tutto ciò che ha fatto nella propria vita era una mezza merda e poi che se avesse fatto come gli avete detto voi, sarebbe ancora qui?

Se la risposta è no, allora non c’è bisogno di farlo neanche su Facebook. In questi casi, se non vi piace qualcuno, non siete obbligati a parlarne, potete ignorarlo come avete sempre fatto e andare avanti, rivalutando la funzione taumaturgica e alchemica del silenzio, che trasforma tutto in oro.

In the end, it doesn’t even matter.

 

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