Society
di Eva Cabras 3 Aprile 2019

La meglio Verona

Lo scorso 30 marzo 2019 a Verona, associazioni e attivisti di tutta Italia (e non solo) si sono uniti per la manifestazione contro il World Congress of Families

Lo scorso 30 marzo 2019 a Verona, associazioni e attivisti di tutta Italia (e non solo) si sono uniti per la manifestazione contro il World Congress of Families, tenutosi in città dal 29 al 31 dello stesso mese. Nei tre giorni del Congresso, in Veneto si sono riuniti esponenti di spicco dell’antiabortismo, dell’oltranzismo cristiano, cattolico ma anche ortodosso, insieme a sostenitori della famiglia “alla vecchia maniera”, agli omofobi, transfobici e misogini di mezzo mondo. Una bella festa, in pratica. La manifestazione ha visto partecipare anche diverse figure istituzionali italiane, oltre ad aver avuto l’appoggio diretto del nostro Ministero della Famiglia e della Disabilità, capitanato da Lorenzo Fontana.

Tanto per farsi un’idea dell’aria che tirava a Verona basta leggere alcune delle dichiarazioni provenienti da relatori e ospiti vari. Il signor John Eastman, politico degli Stati Uniti, per esempio, pensa che le donne pie, dedite alla religione e alla gravidanza, presto torneranno a essere la maggioranza, perché semplicemente fanno più figli delle donne laiche. Da Massimo Gandolfini, la mente dietro al Family Day nostrano, arrivano il rinnovato orrore per l’aborto, che a suo dire serve solo a uccidere bambini, il rifiuto totale della maternità surrogata e del buon vecchio giudizio non richiesto su come l’omosessualità sia abominevole poiché inadatta alla procreazione. Non perde l’occasione di farsi sentire anche Giorgia Meloni, che lancia in tre parole a una folla in delirio la tanto chiacchierata carta dell’“aborto al nono mese”, riferendosi a un recente provvedimento dello stato di New York che permette sì l’interruzione di gravidanza anche durante il mese finale di gestazione, ma non per quelle che si stufano e decidono che vogliono liberarsi del figlio per andare in vacanza alle Maldive. Il provvedimento in questione permette l’aborto avanzato nel caso la vita della madre sia in pericolo, o in caso di incapacità di sopravvivenza del feto al di fuori dell’utero. Non proprio situazioni che si scelgono per diletto.

Fa la sua parata al Congresso anche Matteo Salvini, che sembra volerci mettere un po’ la pezza, dicendo che al World Congress of Families non si vuole togliere i diritti a nessuno (???) e che aborto e divorzio non sono in discussione. Peccato che nello stesso momento in Piazza Bra, proprio di fronte al Palazzo della Gran Guardia, ci fosse Forza Nuova che distribuiva volantini sull’auspicabile abolizione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza. Quando si dice la coerenza di un evento.

Mentre a porte chiuse si discuteva su come le persone debbano non avere il controllo decisionale sul proprio corpo e sul proprio stile di vita, Verona si è riempita di opposizione. Non è venuta da partiti antagonisti o portavoce, ma è venuta da ogni parte d’Italia, grazie al grandissimo sforzo informativo e organizzativo dell’associazione transfemminista Non una di meno. Durante i tre giorni del World Congress of Families, in città si sono tenute assemblee, dibattiti, spettacoli e occasioni di incontro, sfociate platealmente nel corteo organizzato sabato 30 marzo, il giorno prima della sfilata pro-congresso che ha chiuso l’evento. Giusto due numeri: la manifestazione pro-congresso è stata stimata tra i 10.000 e i 20.000 partecipanti, capaci di riempire circa metà di Piazza Bra (quella dell’Arena, per intenderci). Nei principali tg e sui principali giornali del paese la manifestazione di protesta è stata conteggiata praticamente con il medesimo numero di partecipanti, circa 30.000. Se fosse stati per le strade di Verona vi sareste facilmente resi conto che Piazza Bra non sarebbe bastata a contenere la contro-manifestazione neanche con tutta la sua ampiezza. Non una di meno parla di qualcosa come 150.000 persone, e avendo assistito di persona il loro numero sembra veramente molto molto più plausibile.

Il conteggio dal retrogusto democristiano che punta a non indispettire nessuno dovrebbe comunque sollevare delle questioni. Il livello di mobilitazione e adesione al corteo di protesta dovrebbe far riflettere su quanto sia sbilanciato attualmente il rapporto tra governo e paese reale, nonostante il paradosso intrinseco del fatto che al governo i partiti di maggioranza ce li abbiamo mandati noi. Forse ci siamo svegliati tutti insieme troppo tardi, ma la colossale affluenza alla manifestazione anti-congresso (notare bene, non anti-famiglia, ma anti-agglomerato di Medioevo) ci parla di una voglia di tolleranza e progressismo su cui dovrebbe far leva qualsiasi movimento di alternativa politica. Il messaggio conta più della bandiera, ecco perché al corteo chi sfoggiava un colore ha scelto il rosa acceso di Non una di meno, ecco perché hanno partecipato le femministe, gli attivisti LGBTQ+, ma anche un sacco di uomini e ogni tipo di famiglia, da quella “tradizionale” con padre, madre e prole alle coppie senza figli, dagli sposati ai divorziati, dai veronesi agli italiani di seconda generazione con la pelle di ogni colore.

In un clima a metà tra l’indignazione e la gioia, il corteo di opposizione a una visione così ristretta, antiquata e prepotente come quella del World Congress of Families ha portato in strada il meglio di tutte le generazioni viventi. Nella maniera più pacifica e rispettosa, Verona si è popolata di punti di vista, una cosa che l’approccio monotematico (e monoteista) del Congresso si rifiuta anche solo di considerare, barricato com’è dietro a un fantomatico terrore di estinzione, di contagio, di imbastardimento. La famiglia vera è quella cha ha sfilato in strada per i propri diritti fondamentali e inalienabili. La miglior Verona possibile.

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