Society
di Simone Stefanini 20 luglio 2018

Lasciare Milano è un fallimento?

Milano è la verità oppure no? L’abbiamo chiesto a un po’ di persone che l’hanno lasciata per i motivi più disparati

Da fuori, Milano non sta simpatica. È una città produttiva con una fiumara di gente che si muove in continuazione, i mezzi pubblici che funzionano, il cash che gira, gli eventi che passano tutti di lì e a guardare bene non ha neanche le buche per strada. Gli aperitivi sono cari, è vero, ma mangi gratis più che al ristorante e da quando è stata rifatta la darsena durante l’amministrazione Pisapia, non prende alla gola quella voglia di tornare al paesello per via del mare. Se c’è una novità che prende piede, stai sicuro che Milano sarà la prima città a sperimentarla. È successo così per il fast food, il take away, il multisala, il car sharing e tutte le comode diavolerie dei tempi moderni.

Da fuori, Milano è la signora vestita Versace a una cena tra amici, quella che con la sola presenza mette in ombra tutte le altre. Fa la sfilata, Milano. I milanesi se non li conosci sembrano campioni mondiali di spocchia, perché sono nati nella New York New York italiana, la metropoli in cui se hai un talento, puoi farcela davvero. Milano ti chiede una sola cosa in cambio: la tua vita.

Da fuori non riesci proprio a capire perché dovresti andare ad abitare a Milano e lasciare la tua base confortante ma una volta lì, una volta preso il ritmo sul metronomo che non ammette pause, non riesci a capire come fanno quelli che si ostinano a rimanere fuori dai giochi.

A Milano ci vai per studiare e per fare fortuna, to get rich or die trying. Ti abbaglia e poi ti fa dormire poco, ti colloca sui mezzi pubblici in infiniti viaggi che ti mettono in contatto con ogni tipo di diversità. A Milano ci vai con la proverbiale valigia piena di sogni e vediamo un po’ se riesci a intercettare qualche stella cadente nel cielo appannato dalla città.

Lasciare Milano non ha senso, a meno che tu non abbia capito che quella non è la verità, bensì un contenitore di storie che somigliano a quelle delle cameriere hollywoodiane che a 60 anni sognano ancora di fare le attrici.

Quando vai via da Milano è perché hai fallito? Hai tentato un’altra strada, le hai preferito un’altra città oppure sei tornato al paese, a vivere i ritmi monotoni e rassicuranti della vita di tutti i giorni? Oppure ha fallito Milano, che alza sempre l’asticella fino a scordarsi quanto in alto riesci a saltare? Per non scendere nel baratro del cliché, abbiamo domandato a un po’ di gente che significa scappare via da Milano.

 

Foto © dimitrisvetsikas1969 / 10484 pixabay - Foto © dimitrisvetsikas1969 / 10484

 

Gaia è arrivata a Milano a studiare a 19 anni, era il suo sogno e ha realizzato tutto quello che si era prefissa, anche di più. L’ha lasciata per amore e ora abita a Barcellona alla ricerca di nuove sfide, ma non esclude un giorno o l’altro di tornarci.

Daniele è arrivato a Milano per un’offerta data dalla bolla della new economy che non poteva proprio rifiutare. Quando lo stipendio che riceveva, da faraonico è diventato normale, ha deciso di tornare a vivere al paese con la sua nuova famiglia e gli amici. Nonostante la città gli abbia offerto tanto, dopo i 40 non ci tornerebbe e un figlio non ce lo crescerebbe mai.

Elisa abitava a Monza e dopo anni pendolari ha finito per passarci del tempo, col sogno di entrare in una scuola e diventare fotografa. Non è mai riuscita ad accettare Milano dal lato umano, troppo grande e dispersiva, non è riuscita a creare legami profondi né a trovare una frequentazione sentimentale fissa. Oggi ci tornerebbe solo per questioni lavorative.

Vera a Milano c’è nata, poi si è stancata di vivere in una città soffocante e caotica, ricorda ancora quando per fare 10 km in macchina ha impiegato 3 ore. Oggi, che ha 40 anni e lavora in Liguria, a Milano tornerebbe di corsa per gli eventi culturali, le infrastrutture funzionanti e l’etica del lavoro che è davvero unica.

Ambra è milanese e ha dovuto lasciare Milano a 16 anni perché i genitori si sono trasferiti. Rimpiange di non aver insistito per far loro cambiare idea. Ha comunque realizzato i suoi sogni a Lecce, dove lavora nel campo dell’arte e della musica ma ancora oggi di Milano le manca tutto, comprese le sue contraddizioni, perché ritiene sia il luogo in cui riesci a tuffarti pienamente nel momento storico e culturale che stai vivendo.

Kate è arrivata a Milano per studiare, poi ha deciso di voler lavorare nella musica. Dopo aver seguito un corso di marketing, ha mandato mille curriculum e alla fine ce l’ha fatta, ma non è riuscita a guadagnare abbastanza da potersi permettere la città e si è dovuta trovare un lavoro “vero”. A 25 anni si è sentita incastrata in una vita che non le somigliava ed è partita per la Spagna, per mettersi di nuovo alla prova. Di Milano le manca l’anima della città,  la sua comfort zone, gli eventi, la musica (in Spagna c’è solo il reggaeton…) ma ci tornerebbe solo se riuscisse a campare col lavoro che la rende felice.

 

Foto © Harmishhk flickr - Foto © Harmishhk

 

Dana si è trasferita a Milano per amore e dopo 5 anni sta per lasciare Milano. La relazione è finita e non ha ancora capito cosa vuol fare della propria vita, non vuole fare la cameriera full time solo per pagarsi l’affitto e tornare a casa distrutta e irrisolta. Milano costa troppo. Ci tornerà solo quando sarà più sicura delle proprie scelte.

Carlotta ha studiato alla Bocconi, poi ha iniziato a fare mille lavori  nella nightlife milanese e non si è spostata da lì per 11 anni. Ritiene sia la miglior città italiana in cui abitare, ma dopo una relazione abusiva ha ricevuto una proposta da Firenze e cambiare aria le ha giovato, si è resa conto di quanto Milano sia spesso più attenta alla forma che alla sostanza. Alla fine, però, le manca tutto della metropoli e sta guardandosi intorno per lavorarci di nuovo.

Giuly aveva il sogno di lavorare in una casa editrice e l’ha realizzato a Milano, poi è andata via per amore. Non tornerebbe in città, definisce Milano una dura verità.

Taryn è arrivata a Milano da Roma, ha fatto la Bocconi e poi il primo stage, i primi soldi, ha iniziato a lavorare in un festival, ha conosciuto gente famosa e si è sentita importante. A Milano si è innamorata, ha lavorato per aziende top e in teoria ha avuto tutto quello che voleva, ma col passare degli anni, ha sentito che c’era qualcosa che non andava. Quando tornava a Roma, vedeva come vivevano i suoi amici e questo faceva sembrare Milano il Paese dei Balocchi. Si specchiava nelle vetrine milanesi col drink in mano e si vedeva le orecchie d’asino. Oggi sta a Roma, che non ama per molti aspetti e nonostante salga spesso a Milano, non ci tornerebbe. “Come dice Dargen D’Amico: per me Milano è un amore grande, che non funziona”

Filippo è arrivato a Milano per sfuggire dalla noia ma era impaurito dai cliché che la città si porta dietro: grigia, nebbiosa e priva di umanità. La sua esperienza invece gli ha restituito il contrario. È andato via a causa dei cambiamenti improvvisi della vita, dei legami che si dissolvono e del non sentirsi ancora pronti per scegliere il luogo definitivo in cui vivere. Il suo percorso non è stato quello che voleva, ma neanche peggiore semplicemente diverso e ne ha nostalgia. Ci torna spesso.

 

Foto © Claudio Caprai facebook - Foto © Claudio Caprai

 

Ginevra è arrivata a Milano per fare la regista/documentarista. Ha trottato a testa bassa e nel giro di un anno era già parte del team di una delle aziende più importanti della città. Ha trovato l’amore della vita con in quale oggi lavora come freelance. Nel 2015 ha iniziato ad avvertire la crisi, il lavoro ha rallentato e si è resa conto che la maggior parte delle persone attorno a lei parlavano solo di successo, reale o simulato che fosse. Non c’era spazio per la fragilità, se non eri al top venivi lasciata indietro. Insieme al marito si è trasferita in Toscana, in mezzo al Chianti e lì è rinata. Nel paese immerso nella natura non parla quasi mai di lavoro e paradossalmente lavora con ancora più entusiasmo. Allontanarsi da Milano le ha permesso di vedersi per quella che è, per rimettere in prospettiva le cose importanti. Ai vecchi del bar non frega niente se va a prendere il caffè struccata e anche se adora Milano per quello che dà, è troppo presto per sapere se tornerebbe mai a viverci. Intanto continua a frequentarla per lavoro.

Luca ha imparato ad amare Milano col tempo. La definisce un’avventura di una notte che il giorno dopo ti manca e finisci per innamorartene. È arrivato in città per lavorare per la televisione e ce l’ha fatta, quindi ama Milano soprattutto perché le è riconoscente. Di Milano gli piace la sua voglia di migliorarsi costantemente, di diventare sempre più bella, la sua internazionalità. Quando è arrivato da Bologna nel 2003 ha fatto molta fatica, si è scontrato con il modello di yuppie ancora esistente, con la chiusura dei suoi abitanti, l’ossessione per il lavoro, il provincialismo che si cela dietro a un finto cosmopolitismo e il presenzialismo obbligato. Nel frattempo, per lavoro ha vissuto a Parigi e abitare una città davvero cosmopolita che ha rispetto per la cultura, gli ha aperto gli occhi su alcuni difetti di Milano. Oggi abita a Roma (“È come una fidanzata stronza, che magari ti fa anche le corna (e te lo dice) ma sa essere così figa che alla fine ci stai assieme. Però sono qui da solo quattro mesi, col tempo lo scoprirò meglio.”) e non sa se tornerebbe a vivere a Milano, per paura di rivivere la durezza dell’impatto nel 2003.

 

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