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Non dovevamo diventare migliori?

Il lockdown sembra passato remoto, un incubo collettivo dal quale ci siamo svegliati di soprassalto. In realtà il coronavirus gira ancora, ma molto meno che nella fase del picco, quindi siamo liberi tutti. Beh, più o meno, perché la maggior parte degli italiani si è impoverita a tal punto da non poter far parte attiva della Fase 3, che dovrebbe prevedere il ritorno ai consumi e a una sorta di normalità controllata. Molti sono arrabbiati, altrettanti furiosi, e pendono dalle labbra di chiunque gridi più forte e sembri avere le idee chiare. Pochi si prendono la briga di approfondire gli argomenti di discussione, probabilmente rapiti dalla possibilità di qualcuno che dia loro una qualche sicurezza mentre tutto sembra appeso a un filo.

Si arriva dunque alle manifestazioni dei gilet arancioni con dichiarazioni deliranti, a quelle delle destre con assembramenti e fotografie col capo politico Matteo Salvini senza mascherina, come se il disastro lombardo non fosse anche a carico dell’amministrazione leghista della regione. Poi ancora quella follia della manifestazione tra Ultras e Forza Nuova al Circo Massimo, partita con una rissa tra fascisti. Fuori dai nostri confini, negli Stati Uniti sta avvenendo una rivoluzione in seguito all’omicidio da parte degli agenti di polizia di George Floyd, soffocato fino alla morte solo perché di colore, mentre a Hong Kong sta avvenendo una nuova Piazza Tienanmen e in Siberia un nuovo disastro ambientale minaccia l’Artico. Giusto per parlare delle tre notizie che tengono banco in questo momento.

Analizzare questioni più grandi di noi non è il nostro lavoro e sarebbe pure poco utile, ma possiamo soffermarci ai comportamenti semplici, a cui prestiamo poca attenzione, ma che sono il germe della maleducazione: i turisti affollano le località di villeggiatura, che tornano a riempirsi di sporcizia e rifiuti lasciati nella natura, le città sono piene di mascherine e guanti usa e getta buttati per terra, siamo tornati a prendere l’auto anche solo per fare un km e ci arrabbiamo per niente.

Sui social le cose sono talmente grevi da sembrare irrecuperabili: una cloaca di bassi istinti e sfoghi buoni per lo psichiatra, dati in pasto agli altri per farli agire e reagire a noi stessi e sentirci vivi. Nella vita reale, quella che conta sul serio, potremmo provare a essere una versione migliore di noi stessi, partendo dalle cose più piccole e apparentemente insignificanti, che sono le basi su cui potremmo davvero costruire una nuova società inclusiva, attenta al pianeta e a tutte le forme di vita che lo abitano. Incrociamo le dita, incrociamole forte.

Simone Stefanini

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