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di Gabriele Ferraresi 22 Febbraio 2016

Il referendum sulle trivellazioni del 17 aprile è progettato per fallire

La data, l’attesa della Corte Costituzionale, e tutto quello che c’è da sapere sulla consultazione

GP0STONSH_layoutANTE Francesco Alesi - Greenpeace

Domenica 17 aprile si voterà per il referendum contro le trivellazioni: al di là delle polemiche sullo spreco di denaro pubblico – evitando l’accorpamento della consultazione alle amministrative di giugno sprecheremo circa 300 milioni di euro – di questa consultazione referendaria si parla poco, davvero troppo poco. Oltre alla poca attenzione – eufemismo – dei mezzi d’informazione ci sono anche i tempi stretti, con il 17 aprile davvero dietro l’angolo e il calendario che complica una vera e propria campagna referendaria: insomma sembra tutto congiurare perché questo referendum non raggiunga il quorum, lo si vuol far fallire politicamente.

In ogni caso, finora sembra che si andrà a votare: ma su cosa? Il quesito al momento ammesso riguarda la durata delle autorizzazioni per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare già rilasciate e, si legge da un resoconto stenografico del Senato del 16 febbraio scorso “in particolare, si riferisce all’abrogazione dell’articolo 6, comma 17, del codice dell’ambiente (di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006), nella parte in cui prevede che le trivellazioni possano proseguire fino a quando il giacimento lo consente. Tale comma prevede sostanzialmente che le trivellazioni per cui sono già state rilasciate delle concessioni non abbiano una scadenza. L’intento dei promotori del referendum è invece quello di limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale, chiudere dunque definitivamente i procedimenti in corso ed evitare proroghe”.

Non proprio un tema di immediatissima comprensione, siamo quasi ai livelli della “servitù coattiva di elettrodotto”, altro referendum di qualche anno fa, era il 2003. Ma un referendum è sempre importante e in questo caso più o meno deliberatamente se ne parla il meno possibile. Inoltre il referendum sulle trivellazioni ha mille ostacoli, uno dopo l’altro. A partire dalla data stessa.

C’è chi, come Greenpeace, parla direttamente di data truffa, e tramite Andrea Boraschi, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace ha spiegato a Radio Popolare che “avevamo chiesto che venisse accorpato al primo turno delle elezioni amministrative di giugno, un Election Day, in modo che ci fosse un’importante affluenza al voto e che venisse evitato uno spreco di denaro pubblico, visto che il governo, facendo così, chiamerà tre volte alle urne gli italiani nel giro di un paio di mesi. Si risparmierebbero così decine e decine di milioni di euro. E poi: una data così prossima è un problema perché le persone non sono informate. Si rischia di strozzare il dibattito su di un tema così importante: il clima e l’ambiente. Il governo vuole far fallire la consultazione”.

 

infografica-mappa-trivelle_adn AdnKronos - La mappa delle trivelle

 

Non è la prima volta che chi è al governo cerca di affossare, o quantomeno mettere nelle peggiori condizioni possibili le consultazioni referendarie: La Stampa ci ricorda come accadde più o meno la stessa cosa nel 2011, per i referendum sull’acqua, nucleare, e legittimo impedimento. La situazione era molto simile a quella attuale, con incombenti elezioni amministrative e referendum. All’epoca si tennero prima le elezioni amministrative – il 15 e il 29 maggio – mentre a giugno le consultazioni referendarie. A sorpresa il quorum fu raggiunto anche senza election day. Ma erano altri tempi, e altri quesiti. Oggi, 2016, sarebbe il contrario rispetto al 2011: prima il referendum, poi le amministrative.

Questo sulle trivelle è un referendum “last-minute”, in cui molto potrebbe ancora cambiare. Di sicuro per ora dovremo rispondere a un quesito del tipo “Le concessioni per la coltivazione di idrocarburi in mare possono avere o no la stessa durata dei giacimenti entro le 12 miglia marine?come spiega Formiche.net. Ma non solo. In base alla decisione della Corte Costituzionale del 9 marzo prossimo, si capirà l’ammissibilità o meno di altri due quesiti. Il 17 aprile quindi potremmo dover votare anche per altri quesiti, oltre a quello di poche righe sopra, sempre che venga mantenuta la data di aprile. Insomma, è un pasticcio.

Come spiega il Quotidiano del Sud: “Se la Corte Costituzionale accogliesse i ricorsi delle Regioni, infatti, rivivrebbero due quesiti referendari in precedenza non ammessi e quindi gli italiani sarebbero chiamati ad esprimersi non solo sulla durata delle trivellazioni in mare, ma anche sul Piano delle aree, ossia lo strumento di pianificazione delle trivellazioni che prevede il coinvolgimento delle Regioni, abolito dal governo con un emendamento alla Legge di Stabilità, oltre che sulla durata dei titoli per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma“.

Ma perché fare fallire politicamente questo referendum? Secondo Rossella Muroni, Presidente Nazionale di Legambiente “crediamo che il governo non solo stia investendo 360 milioni dei nostri soldi per far fallire il referendum, ma voglia anche impedire che ci sia il tempo e il modo per realizzare una campagna referendaria che metta al centro del dibattito pubblico e politico quelle scelte energetiche (come rinnovabili ed efficienza energetica) che il nostro Paese deve compiere in modo strategico e in coerenza con gli accordi presi alla Cop 21 di Parigi. L’Italia vuole continuare a puntare sulle vecchie e inquinanti fonti fossili e a dipendere così dalle “turbolenze” geopolitiche, o vuole modernizzare il Paese investendo sull’efficienza energetica e sul 100% rinnovabili?“. Diciamo che la risposta al “perché farlo fallire” può venire vedendo in questa mappa del Sole 24 Ore le aziende proprietarie dei giacimenti bloccati, dove troviamo Eni, Edison, Shell e altri colossi.

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