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di Mattia Nesto 23 Giugno 2021

Sindrome Italia: la verità nascosta dietro le nostre badanti

La sindrome Italia è una vera e propria malattia che colpisce le badanti che lavorano nel nostro Paese, divise tra un impiego non riconosciuto ed una famiglia spesso lontana. Tiziana Vaccaro ha provato ad analizzare questo fenomeno di cui ancora si sa poco prima con uno spettacolo teatrale ed ora con un fumetto realizzato insieme ad Elena Mistrello. Le abbiamo intervistate.

Sindrome Italia: Storia delle nostre badanti è il volume pubblicato da Becco Giallo con protagonista Vasilica, una donna, una madre e una badante, in rigoroso ordine di importanza, che si trova a vivere “in apnea” divisa com’è tra gli impegni di un lavoro durissimo e molto poco, se non nulla, riconosciuto e la sua famiglia, lasciata in Romania. Questa vita fratta è al centro di quella che, in Romania prima e a livello mondiale poi, è stata riconosciuta come una vera e propria patologia, la “sindrome Italia”. Di questo fenomeno, di cui si sente parlare pochissime nei media tradizionali, abbiamo voluto chiedere direttamente alle due autrici, Tiziana Francesca Vaccaro e Elena Mistrello.

Quando siete venute a conoscenza della cosiddetta “Sindrome Italia”?

Elena: Io sono venuta a conoscenza del tema grazie a Tiziana, non ne sapevo nulla, e devo dire che da allora se ne sente parlare sempre di più.

Tiziana: Stavo cercando materiale per scrivere il mio prossimo spettacolo teatrale. Cercavo storie che potessero ispirarmi. Le mie vicine di casa sono tutte ucraine, abitavano tutte insieme nell’appartamento a fianco al mio, tutte badanti. Una di loro per qualche tempo si è presa cura di me, tra una puntura e l’altra mi raccontava pezzi della sua vita, soprattutto del suo lavoro in Italia e della fatica che era sempre tanta. Parlava con gli occhi bassi, lucidi, scavati dalla stanchezza. Ho deciso che volevo saperne di più, che valeva la pena raccontare queste storie così potenti eppure così invisibili. Ho iniziato a documentarmi, ho scoperto che a Milano, città in cui vivo, esiste un’ Associazione Donne Romene in Italia, l’attivista e fondatrice Silvia Dumitrache organizzava degli incontri con alcune di queste in Cascina Cuccagna. L’ho contattata. È lei che mi ha parlato per la prima volta del fenomeno medico-sociale “Sindrome Italia”.

Quanto è stato difficile raccontare quello che, a conti fatti, è un fenomeno sia sociale che psicologico?

E: A questa domanda rispondo a metà, perché in realtà la prima difficoltà l’ha avuta Tiziana nella scelta del taglio da dare a una storia di carattere sociale. La mia difficoltà è stata quella di entrare nella storia di comprenderne gli aspetti importanti da mettere su carta, creare lo storyboard tenendo conto di piccoli passaggi che magari sottovalutavo ma che in realtà approfondivano il carattere psicologico del personaggio e della vicenda. Era la prima volta che lavoravo a una storia di questo tipo.

T: È stato sicuramente difficile, è un fenomeno complesso, non ancora riconosciuto a tutti gli effetti come una malattia. La prima difficoltà è stata “mettere insieme i pezzi”, quando ho iniziato la ricerca, ormai più di tre anni fa, non se ne sapeva ancora nulla. I reportage bellissimi – penso a quello di Francesco Battistini per il Corriere della Sera, anche qui con l’aiuto della Dumitrache, o ancora quello su “Alias”, l’inserto de Il Manifesto, e quello dopo ancora su L’Espresso – sono stati realizzati solo di recente. Diverse ricercatrici universitarie – Raffaella Sarti, Francesca Vianello, per citarne qualcuna – scrivevano già di migrazione femminile, di diritti del lavoro, di cura, ma sulla Sindrome nello specifico, qui in Italia, ho fatto molta fatica a trovare qualcosa che non fosse in lingua rumena e il processo di documentazione delle fonti è stato inevitabilmente rallentato. Ho poi realizzato molte interviste, incontrato diverse donne, con le esperienze disparate eppure per molti punti quasi identiche. Sono storie forti, drammatiche, oltre al reperimento fonti, l’altra difficoltà è stata quella della scelta del linguaggio. Come faccio a far arrivare questo fenomeno senza che lo spettatore o il lettore rischi di annoiarsi, o, peggio ancora, di non voler avvicinarsi per nulla? Ecco perché l’idea dello spettacolo teatrale prima e, soprattutto, del fumetto dopo. L’arte, a volte, deve essere bellezza che racconta la bruttezza.

Come si adatta un copione teatrale ad un fumetto?

T: Io “nasco” come autrice, attrice e conduttrice di laboratori teatrali. I miei testi nascono per lo più da un lavoro di indagine, di inchiesta. Mi piace partire da un tema che mi interessa per poi andare a declinarlo in tutte le sue possibilità. I laboratori, in tal senso, sono stati e sono sempre preziosa occasione di incontro per le molteplici voci che poi arricchiscono i miei lavori. Da amante delle sperimentazioni, degli ibridi, delle miscele di linguaggi, ho iniziato un giorno a vedere la storia di Vasilica disegnata. Me la sono immaginata nitidamente, vignetta dopo vignetta. Ma come si può far vedere una malattia con i disegni? Questa è la domanda che ho fatto un giorno a Elena. Con Elena era nato un forte feeling già con le precedenti collaborazioni. Scrivere un fumetto, però, è sicuramente molto diverso da scrivere una drammaturgia, a maggior ragione se il testo, come in questo caso, è un monologo per una sola attrice. Prima di mettere nero su bianco quindi ho studiato sceneggiatura, a quel punto è partito un altro viaggio ancora, in cui hanno preso vita le rane, l’acqua, i colori. Elena si nutriva delle mie parole, dei miei racconti e la sceneggiatura delle sue visioni: man mano che i disegni prendevano vita, cambiavano anche le parole, le scene. A un certo punto tutto si è fuso.

Dal punto di vista del tratto, dello stile grafico, quali sono state lelinee guida che avete seguito?

E: Il lavoro grafico dietro a Sindrome Italia, nonostante la sua apparente semplicità, è stato molto lungo. Abbiamo iniziato a lavoraci a partire dalla locandina dello spettacolo di Tiziana. Gli elementi fondamentali erano l’acqua e la sospensione come stato d’animo. Per ogni lavoro cerco sempre di adattare il mio stile, adottando un nuovo linguaggio ma mantenendo delle caratteristiche comuni. In questo caso siamo partire da illustrazioni molto più pittoriche, io volevo finalmente sperimentare uno stile più libero dal disegno realistico. Abbiamo lavorato diversi mesi agli schizzi era il mio primo lavoro lungo e non sapevo bene quale strada prendere. Dopo molti confronti con Tiziana e Mattia di Beccogiallo, ho scelto uno stile che mi fosse più familiare, più intimo, migliore per focalizzare la narrazione sull’emotività dei personaggi. Fondamentale è stato anche il lavoro sul colore. Il rapporto tra Italia e Romania, tra i fisico e l’emotivo è espresso attraverso la dualità cromatica, l’idea era che il colore fosse un elemento che guida chi legge attraverso i passaggi geografici e temporali della storia.

Le sequenze “oniriche” e assurde della vostra storia, quelle legate “alla rana” per intenderci, come vi sono venute in mente?

E: L’idea della rana è un’idea di Tiziana, quando mi ha parlato della sceneggiatura mi ha detto qualcosa del tipo: “guarda che è una cosa diversa dallo spettacolo, ho pensato delle parti non realistiche che ti piaceranno molto”. Aveva ragione, sono le parti in cui mi diverto di più. In questo modo abbiamo sfruttato al massimo le potenzialità del medium, la capacità dei fumetti di raccontare in maniera così libera, a volte assurda usando in realtà “strumenti” semplici come una rana. A partire da questa idea ovviamente poi lei ha costruito la storia e io ho trovato molte soluzioni grafiche per costruire le tavole.

T: Mi hanno sempre affascinato molto i parallelismi con gli animali. Ho sempre pensato che in fondo siamo uguali. E quindi, per deformazione, in ogni storia che decido di raccontare, vado alla ricerca del “corrispettivo animale”. Devo dire che le rane sono arrivate quasi per caso. Un giorno, quando ero ancora in creazione del testo dello spettacolo, mi è capitato di leggere il “principio della rana bollita” di Noam Chomsky, in cui si racconta di una rana che nuota tranquilla dentro un pentolone d’acqua tiepida, fino a quando questa non arriva a temperature altissime e la rana finisce morta bollita. E che se l’acqua fosse stata bollente sin dall’inizio, la rana, con un colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone. Una metafora per descrivere la pessima capacità dell’essere umano di adattarsi a situazioni spiacevoli e deleterie senza reagire, se non quando ormai è troppo tardi. Da lì ho iniziato a studiare epertologia (giuro!), scoprendo delle cose interessantissime sulle diverse varietà di rane e quanto ognuna di queste assomigli a noi esseri umani in maniera impressionante. Nel mio caso, quindi, il paragone con la rana per me è stato duplice: come le rane in generale, in grado di vivere sia sull’acqua che sulla terraferma, Vasilica, la protagonista del fumetto, subisce una vera e propria trasformazione, o meglio metamorfosi: si adatta, resiste, sopporta. Come la rana del principio di Chomsky , Vasilica non riesce a uscire dalla gabbia in cui si trova, e si ammala fino a non riconoscersi più.

Dopo il teatro, il fumetto, ci aspettiamo un adattamento cinematografico…

T: Beh, sì. Come si dice? Non c’è due senza tre!

E: Certo, ma sono pensieri segreti che non si rivelano… Scherzi a parte, sarebbe bellissimo.

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