Society
di Gabriele Ferraresi 19 Febbraio 2016

Non solo unioni civili: quando i problemi dell’Italia erano il voto alle donne, il divorzio e l’aborto

Cosa è cambiato – poco – e cosa no nel corso della storia

baci_baronciani

 

Il ddl Cirinnà vuole regolamentare le unioni civili in Italia e, detta semplice, garantire diritti normalissimi a una fascia di popolazione che al momento ne è esclusa, come spiegava benissimo Carlo Gabardini l’altro giorno. È una proposta di legge che mira a riconoscere civilmente i diritti e i doveri delle coppie omosessuali che vogliono unirsi, e contiene anche norme che tutelano – sempre civilmente – coppie eterosessuali e omosessuali che desiderano semplicemente registrare la loro convivenza.

Insomma, il disegno di legge sulle unioni civili italiano – rimandato a settimana prossima da un Senato un po’ vigliacchetto e calcolatore – era ed è una versione ben più blanda di altre norme assolutamente banali, e da decenni, nei Paesi con cui noi vorremmo fare la gara, quelli con cui vorremmo competere. Tra i Paesi europei che riconoscono con la massima tranquillità quello che una parte del Parlamento – non degli italiani eh, che sono pronti da un bel po’ – proprio non vuole accettare ci sono Francia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Paesi Bassi, ovviamente tutta la Scandinavia, e anche l’Islanda. Per quel che riguarda le adozioni invece, le adozioni omosessuali sono perfettamente normali, di nuovo, in Francia, Spagna, Belgio, Irlanda, Regno Unito e altri Stati ancora.

Insomma, indietro ci siamo rimasti noi. Ma il punto centrale è un altro, ovvero che il futuro è inevitabile, che tutto questo è inevitabile, e soprattutto che i diritti, per tutti, sono inevitabili.

Quello che abbiamo visto in questi giorni e in queste settimane sono solo i colpi di coda finale di qualcosa che andrà a scomparire nella Storia. Forse andrebbe visto con un minimo di prospettiva storica, elemento da sempre mancante in Italia, terra della memoria corta. Ecco alcune riforme che al tempo furono contestate e osteggiate con altrettanto furore e che oggi fanno parte della nostra normale vita civile.

Voto alle donne
Impensabile fino a non poi così tanto tempo fa: ne avevamo parlato in passato, mostrandovi qualche manifesto britannico contro le suffragette. Oggi, più di un secolo dopo, ci fanno sorridere quei poster datati intorno al 1910, ma ricordiamoci che in Italia le donne possono votare dal 1946, appena una trentina d’anni dopo. Direte: per forza, prima c’era stato vent’anni il fascismo, mica si votava. Ed è vero.

Infatti nel ventennio non si votava, e dobbiamo tornare ancora più indietro per avere proposte di estendere il suffragio anche alle donne. Riavvolgendo il nastro della storia fino al 1919 e a Don Sturzo, del Partito Popolare.

Sturzo al tempo si schierò anche contro Papa Pio X – quello de “Vi chiameranno papisti, retrogradi, intransigenti, clericali: siatene fieri!” insomma, un moderato – pontefice all’epoca profondamente contrario al voto per le donne. Ma da un Papa ottocentesco alla fine te lo aspetti. Il corollario di motivazioni contro il voto alle donne era un po’ differente da quello di oggi, rispetto alle motivazioni di chi è contrario alle unioni civili: ma di base c’è sempre questo, una pretesa superiorità di qualcuno, di solito, un uomo, che va a imporre la propria morale a qualcuno che considera inadatto a farsene una. Lo fa politicamente, spiritualmente, con la forza, ma è così.

Ora però saltiamo avanti qualche anno, e guardiamoci anche attorno: per esempio dai nostri cugini elvetici, in Svizzera.

 

"Lasciateci fuori dai vostri giochi", manifesto del 1968 contro l'estensione del diritto di voto alla donne nei cantoni di lingua tedesca  “Lasciateci fuori dai vostri giochi – No al voto per le donne”, manifesto del 1968 contro l’estensione del diritto di voto alla donne nei cantoni svizzeri di lingua tedesca

 

Uno dice: poteva andare peggio alle donne italiane? Forse sì, poteva andare peggio. Invece che nel dopoguerra, ottenendo il diritto di voto negli anni settanta. Se fossero nate in Svizzera per esempio, dove il voto è stato definitivamente allargato alle donne solo il 7 febbraio 1971, con il consueto referendum elvetico.

 

Un manifesto svizzero contro il voto per le donne, stavolta degli anni cinquanta  Un manifesto svizzero contro il voto per le donne, stavolta degli anni cinquanta “Voto alle donne – No”

 

Prima di allora erano stati diversi i tentativi di estendere il voto alle donne della confederazione con vari referendum, tutti falliti. La produzione grafica dell’epoca è ben documentata dagli stessi svizzeri, con poster decisamente potenti e d’effetto ancora oggi. In Europa solo in Liechtenstein si è dovuto attendere di più, addirittura fino al 1984.

Alle donne italiane però poteva anche andare molto meglio, basti pensare agli stati in cui il suffragio femminile fu approvato, con varie modalità anche una trentina d’anni prima.

 

Schermata 2016-02-18 alle 16.39.34  I kirghisi nel 1918, chi l’avrebbe mai detto.

 

Oggi il voto per le donne è un diritto che diamo per scontato, a nessuno verrebbe in mente di metterlo in discussione: c’è. Il futuro è stato inevitabile.

 

Un manifesto dei Radicali all'epoca del referendum del 1981.  Un manifesto dei Radicali all’epoca del referendum del 1981.

 

Aborto
Stiamo sulle donne. Penalizzate da qualche millennio di società patriarcale, in Italia dalla geografia – il Vaticano è bello sì, ma purtroppo non possiamo spostarlo – e dalla stupidità umana, di aborto clandestino sono morte per secoli. L’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto che oggi – seppure a fatica, v. medici obiettori – e con il coltello tra i denti, diamo per scontato, c’è. Come dicevamo prima, anche qui, stesso schema, il solito: qualcuno crede di sapere cosa è giusto, lo deve imporre a tutti, in questo caso alle donne. C’è un’odiosa pretesa di superiorità morale, di tutoraggio dell’essere inferiore, che va accudito in quanto incapace di decidere.

 

Schermata 2016-02-18 alle 16.21.09  Da La Stampa del 27 settembre 1974

 

C’è stato bisogno anche di un referendum, per mantenerlo quel diritto. E ogni tanto salta fuori qualcuno che cerca di farci una campagna elettorale contro, come Giuliano Ferrara nel 2008, con la lista Aborto? No Grazie: fu un fallimento leggendario, un tonfo epocale, da cui l’elefantino impiegò qualche annetto a riprendersi. Adesso il suo posto è stato preso da Mario Adinolfi, con alterne fortune e moltissimo sprezzo del ridicolo. Ma è un personaggio che sarà assorbito dalla storia, niente paura.

 

Divorzio
Partiamo con un titolo di giornale?

20131229_60031_1974_05_12_divorzio  Da Il Messaggero del 12 maggio 1974

 

Sì, a leggere questa prima pagina una volta si chiamavano le cose con il loro nome. E il referendum abrogativo sul divorzio, quello lì, del 1974, cantato dagli Offlaga Disco Pax in Robespierre, “Il referendum sul divorzio e non capivamo perché / Se vinceva il No il divorzio c’era e se vinceva il Si non c’era” aveva scaldato parecchio gli animi. La produzione grafica ce lo ricorda – e grazie al sito ManifestiPolitici.it ne abbiamo splendide prove d’archivio – con poster come questo

 

Il PSI anni settanta  Copy dalla logica ferrea e valido tutt’oggi

 

Vinse il No, il divorzio non fu abolito. Anche in quel caso il futuro era inevitabile, e i diritti civili, il poter disporre della propria vita un po’ più liberamente, fu un diritto preservato. Il copy del manifesto qui sopra, potrebbe essere replicato anche oggi per le discusse unioni civili del ddl Cirinnà. E non si è tornati più indietro. Anche lì, come oggi, il futuro è inevitabile.

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