TV e Cinema

Cosa ci ha lasciato George A. Romero, il padre dei moderni zombie

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Un cancro ai polmoni si è portato via George A. Romero, il regista americano 77enne che ha modernizzato e reso attuale il mito degli zombie, grazie al film di culto La notte dei morti viventi del 1968 e ai suoi sequel, tra cui l’indimenticabile Zombi (Dawn of the Dead, 1981), in seguito rimontato da Dario Argento e rimusicato dai Goblin. Non è stato l’inventore dei morti viventi, quelli esistevano già al cinema negli anni ’30 (White Zombie del 1932 con Bela Lugosi). Il suo grande, enorme merito in proposito, è quello di averli resi famosi nell’iconografia pop mondiale e allo stesso tempo di aver creato un’allegoria sociale.

 

 

Gli zombie, per natura, nascono come mostri di serie B: non hanno il fascino o il carisma di Dracula, l’intelligenza del Dr. Frankenstein o i secoli di storia della Mummia, sono solo delle persone decedute e riportate in vita dio solo sa come, vuoi per un virus o per un esperimento governativo andato a male.

I loro corpi sono sgraziati, decomposti e la loro intelligenza è ridotta ai minimi termini. Desiderano solo mangiare gli altri esseri umani e diffondere il contagio. Dietro questa minaccia assurda, si nasconde la voglia di raccontare i nemici dell’America borghese, una nazione contraddittoria sempre pronta a trovarsi una nemesi per giustificare la propria natura guerrafondaia.

 

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Ecco che nella saga di 6 film di Romero (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi, La terra dei morti viventi, Le cronache dei morti viventi, L’isola dei sopravvissuti), volta per volta il pubblico vede un’invasione zombie da fermare con qualsiasi mezzo, ma anche il nemico pubblico numero uno, che sia il terrorista odierno o il russo durante la Guerra Fredda.

I suoi film sugli zombie hanno svelato il volto debole dell’America, che una volta minacciata, prende decisioni talvolta ottuse e fin troppo sproporzionate, facendo spesso tifare per i morti viventi, che come profughi in un mondo ostile, vivono una seconda vita di dolore.

 

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Il primo film, quello non si scorda mai. Sarebbe bastato solo La notte dei morti viventi per portare Romero nell’Olimpo dei grandi registi che hanno fatto la storia del cinema di un certo tipo. Artigianale e sperimentale, fatto di inquadrature agghiaccianti e trovate sceniche povere ma efficaci. Di quel primo film in bianco e nero, che a causa di un errore del distributore oggi è di pubblico dominio, Romero aveva fatto tutto: regia, fotografia, sceneggiatura, montaggio e persino le musiche. Quella volta, alla fine degli anni ’60, in molti videro nei suoi zombie le persone di colore, vinte dal razzismo americano, mentre per altri rappresentavano i reduci del Vietnam, tornati dalla guerra non più vitali degli zombie e con un bagaglio di orrore in testa che non si può cancellare. Un esercito di disperati, disagiati e reietti, che ispirano orrore, sì, ma anche empatia.

 

 

Ecco ciò che George A. Romero ci ha lasciato: un forte contenuto sociopolitico nei film apparentemente solo d’intrattenimento (perché la paura è un intrattenimento niente male), ci ha insegnato a leggere tra le righe e a non non giudicare superficialmente. In più, ha creato l’archetipo di un nuovo mostro che è diventato un classico, basti pensare a The Walking Dead, Dead Set, In the Flesh, Les revenants e tutte le altre serie tv a tema morti viventi uscite negli ultimi anni.

Che la terra sia lieve, almeno a lui.

 

Qui sotto, tutto il film La notte dei morti viventi:

Simone Stefanini

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